special

Voci sul cambiamento

Vivere eco
Vivere eco

«Servono coraggio e coerenza per ritrovare l’armonia con il Pianeta»: l'intervista a Luca Mercalli

Possiamo ancora riparare ai danni commessi in decenni di sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali? DeAbyDay lo ha chiesto a Luca Mercalli, il presidente della Società Meteorologica Italiana, noto al pubblico per la sua attività di divulgazione.

Possiamo ancora riparare ai danni commessi in decenni di sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali? DeAbyDay lo ha chiesto a Luca Mercalli, il presidente della Società Meteorologica Italiana, noto al pubblico per la sua attività di divulgazione.

Se c’è un aspetto spiazzante della pandemia che stiamo vivendo, è la presa di coscienza di quanto noi esseri umani possiamo sentirci minuscoli e impotenti. Cresciuti nella convinzione di essere al centro dell’Universo, all’improvviso ci siamo ritrovati in balìa di una minaccia invisibile arrivata dalla natura.  Ed è proprio alla natura che dobbiamo ritornare se vogliamo costruire un futuro sano, equo, sostenibile.

Ma siamo ancora in tempo per arginare la crisi climatica? Possiamo ancora riparare ai danni commessi in decenni di sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali?
Abbiamo rivolto queste domande a Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana e direttore della rivista Nimbus, molto noto al grande pubblico per la sua fitta attività di divulgazione che si dipana tra scuole, università, libri, tv (è nel cast di Che tempo che fa e ha lavorato a Rai 2 TGR Montagne) e giornali (Il Fatto Quotidiano, La Stampa, Donna Moderna, Gardenia…). 

In un recente articolo pubblicato da Millennium lei mette in luce un fatto che, letto con gli occhi dell’oggi, appare quasi inquietante: questa pandemia non solo era prevedibile, ma era stata addirittura prevista. Quali campanelli d’allarme sono rimasti inascoltati?

«Mi rifaccio al lavoro di altri colleghi che studiano i problemi ecologici delle foreste e delle zone naturali intatte, dove ci sono i serbatoi dei virus che dagli animali selvatici possono passare all’uomo. Riprendo le informazioni del best seller Spillover di David Quammen (che aveva descritto i rischi di una pandemia più di sette anni fa) per riportarle al problema più grande della crisi ecologica.

Quando parliamo di crisi ecologica, parliamo sostanzialmente di un eccesso di pressione su questo Pianeta da parte della specie homo sapiens. Siamo quasi otto miliardi, abbiamo invaso tutti gli spazi disponibili, siamo andati a ficcare il naso in ogni angolo della superficie terrestre. Abbiamo inquinato il punto più profondo del Pianeta, la fossa delle Marianne, e quello più alto, la vetta dell’Everest. Questa pressione non può che andare a compromettere gli habitat di tutte le specie viventi. Un po’ perché le sfruttiamo con la pesca, la deforestazione, l’agricoltura industriale e gli allevamenti intensivi; un po’ perché creiamo nuovi disturbi all’ecologia attraverso l’inquinamento e i cambiamenti climatici.

In alcuni casi andiamo a incidere su processi fisici che non interessano la vita (pensiamo al clima, agli oceani o alla fusione delle calotte polari); altri invece interessano la vita, cioè la biosfera. Tutti i biologi, i botanici, gli entomologi e gli zoologi confermano che siamo già nel bel mezzo della sesta estinzione di massa. Finché non si estingueranno specie che usiamo tutti i giorni, come i pomodori, non ce ne renderemo conto; ma magari stiamo distruggendo specie invisibili e fondamentali per la catena alimentare.

Da qui arriviamo al virus. Come spiega David Quammen e come confermano tanti altri ricercatori, se invadiamo le foreste tropicali per le attività agricole, estrattive, edili o minerarie, creiamo il contatto con la fauna selvatica. Lì può verificarsi il cosiddetto spillover, cioè il passaggio di un virus da una specie come il pipistrello all’uomo. Nel caso del coronavirus è probabile che l’ospite intermedio sia il pangolino, molto commerciato (anche abusivamente) in Asia perché considerato prelibato e benefico per la medicina popolare. Più questi ambienti vengono sfruttati, più diventa probabile il salto di specie».

Siamo nel bel mezzo di un fenomeno di portata storica, la prima pandemia nell’era della globalizzazione. Può essere la volta buona per costruire una società in armonia e non più in conflitto con la natura, visto che comunque vince lei?

«Vince lei, su questo non abbiamo dubbi. Anzi, le altre crisi saranno peggiori. Sulla pandemia una soluzione si troverà: magari pagando il prezzo di molte vittime, ma alla fine l’uomo svilupperà una certa resistenza e andrà avanti. Al contrario, non c’è rimedio per l’estinzione di specie fondamentali o i cambiamenti climatici, perché si tratta di processi che durano per millenni. Se si fondono i ghiacci della Groenlandia e aumenta il livello dei mari, non possiamo poi andare in Parlamento e votare per abbassarli!

Tantissimi scienziati e intellettuali hanno fatto questa riflessione, ma purtroppo temo che le forze economiche non leggano i nostri articoli e pensino soltanto a fare cassa. Credo che gli ingredienti per un reale cambiamento siano due: quanti cittadini sentono l’esigenza di una svolta? Quanti leader politici sono in grado di assumersi questa responsabilità? Guardando alla nostra società sinceramente non vedo né l’uno né l’altro. Solo una minoranza della popolazione ha una visione di questi problemi, tutti gli altri alla fine pensano a portare a casa la pagnotta (con tutto il rispetto per chi vive una situazione di difficoltà).

Per quanto riguarda i leader, cosa possiamo aspettarci da personaggi come Donald Trump che sono addirittura antiscientifici? Non accettano i consigli degli esperti nemmeno per la pandemia, figuriamoci per il clima. L’unica speranza ci arriva dall’Europa perché il Green deal era stato annunciato da Ursula von der Leyen già a dicembre. L’unico augurio che posso fare è che si mantenga questo percorso, e non si torni indietro solo perché la pandemia ha creato un danno economico. Ma sono speranze appese a un filo».

Senza sminuire la portata colossale di questo percorso di transizione verde, lei ha fatto notare che il Green deal mostra anche alcuni punti deboli. Quali sono?

«Adesso bisogna lavorare sulle contraddizioni. La cura di un’economia verde è come una dieta prescritta dal medico, che va seguita tutti i giorni: il paziente non si può abbuffare, poi restare a dieta il giorno dopo e poi tornare ad abbuffarsi.  Lanciare il green deal ma continuare con le grandi opere, con i finanziamenti a petrolio e carbone, e con tanti altri processi che creano danni ambientali, è come tenere il piede in due scarpe. Bisogna avere il coraggio di promuovere e finanziare le azioni che fanno bene all’ambiente, ma anche di fermare quelle che lo danneggiano. Anche a costo di scontentare alcuni grossi poteri economici…

Certo, è sempre così. Quando si fanno delle scelte si scontenta sempre qualcuno. Anche il medico scontenta il paziente quando gli prescrive la dieta, ma lo fa per evitare che dopo subentri qualche malattia più grave. Questa sfida spetta anche a tutti noi. La società civile deve emergere rispetto alla politica, pretendendo più impegno sui problemi ambientali, ma mettendosi anche nell’ordine di idee di rinunciare a qualcosa. Qualsiasi cittadino può fare la sua parte, per esempio lavorando di più da casa o usando meno l’aereo. Purtroppo c’è ancora gente che crede di aver risolto i problemi ambientali perché chiude il rubinetto mentre si lava i denti, salvo poi andare in vacanza alle Maldive. In fin dei conti, è un po’ come lanciare il Green deal europeo e continuare con le grandi opere. Ci vuole coerenza

Foto di apertura: LaPresse