Nina Gigante ha scritto il libro che ogni donna avrebbe voluto trovare sul comodino prima di diventare madre o subito dopo aver partorito
Nina Gigante ha scritto il libro che ogni donna avrebbe voluto trovare sul comodino prima di diventare madre o subito dopo aver partoritoQuando è nato il mio primo figlio avevo 40 anni. Durante la gestazione avevo letto attentamente ogni possibile manuale che potesse spiegarmi cosa fare per non, ecco, banalmente farlo morire e soprattutto limitare i danni psicologici che un adulto può provocare a un bambino. Alle 21.37 del 9 novembre 2024 mi hanno messo tra le braccia questo neonato e mi hanno “rubato” il nome. Da quel momento sono diventata semplicemente “mamma”. Non più Stefania Leo. Solo e sempre “mamma”.
Ho avuto la fortuna di partorire in un ospedale dove una responsabile molto energica, con poche e semplici direttive, ha trasferito tutto il suo sapere sulla cura del bambino nelle mie mani. E sempre per la stessa fortuna, dopo il parto, in una o due occasioni prima delle dimissioni, mi è stato chiesto “Mamma, come stai?”. Non io. Sempre e solo “mamma”. Io avevo solo bisogno di un lassativo. Avrei ucciso per un lassativo. Non me l’hanno dato. Avrebbe potuto far male al bambino.
Il bambino è lì, sano, nutrito, monitorato in ogni grammo e centimetro dal secondo in cui nasce in poi. “Mamma” è solo lo sfondo: stanco, disorientato, spesso in lacrime senza un motivo che regga sotto esame. Assieme al neonato nasce la madre, si dice. Non è proprio così: è nato qualcosa di molto più complicato, molto più interessante, e completamente senza nome.
Nina Gigante, giornalista e integrative health coach, quel nome lo ha cercato di notte, tra una poppata e l'altra, riempendosi di libri che parlavano di tutto tranne che di lei e scrivendo note sul suo cellulare. «Il corso preparto non mi aveva preparato a un bel niente, se non al parto. E la vita dopo?», racconta. Il risultato di quelle notti è “Supernova” (Aboca, 2026), un libro che fa una cosa importante: definire con una parola, matrescenza, il lungo processo – non il minuto – che vede una donna trasformarsi completamente.
La maternità è un'esplosione silenziosa
Partiamo dal titolo. La supernova è una stella che collassa su sé stessa e, nell'istante del collasso, emette più luce di un'intera galassia. Da fuori si vede solo lo splendore. Dentro, la materia si riscrive. «La maternità non è solo ruolo sociale, non è solo funzione biologica – scrive Gigante – È un'esplosione silenziosa, una riscrittura del corpo, del cervello, dello scorrere del tempo, dei legami, dell'identità. Da fuori si vede luce, dentro avviene un collasso».
La metafora serve per svelare una semplice verità: da quel collasso nasce qualcosa di nuovo. Non si ritorna a ciò che si era. Si diventa un “cosmo” diverso, che richiede modi nuovi per abitare ciò che eravamo prima. Perché le donne che eravamo prima dell’arrivo del figlio non sono sparite: solo, si stanno trasformando.
Cos'è la matrescenza
Per poter cambiare l’approccio alla madre bisogna dare un nome a questo processo. Nina Gigante ha lavorato proprio su questo e nel libro che, toh, è uscito proprio in occasione della Festa della Mamma 2026, l’autrice fa un regalo ai lettori. Una parola: matrescenza. È il processo lungo, non lineare, spesso caotico del diventare madre. Il concetto è stato coniato dall'antropologa Dana Raphael negli anni Settanta e poi dimenticato, prima di essere riesumato di recente dalla psicologa Aurelie Athan.
«Se dico adolescente, so che c'è un arco temporale e un cambiamento da affrontare nella vita degli individui – spiega Gigante - A nessun adulto chiederemmo di diventare adulto in un attimo: sappiamo che è un passaggio. La parola matrescenza fa la stessa cosa per le donne che diventano madri», a cui finora si è chiesto di diventare tali in un secondo.
Detto così sembra ovvio. Non lo è. Perché il messaggio implicito che la cultura dominante trasmette è esattamente l'opposto: sei diventata madre, ora sai. L'istinto ti guida. Sei pronta. E se non lo sei, il problema sei tu.
L'istinto non esiste. O meglio: si impara
Una delle operazioni più coraggiose del libro è smontare sistematicamente il mito dell'istinto materno. Non per negare l'amore – anzi – ma per restituire dignità al processo. L'istinto materno come lo intendiamo comunemente è un costrutto culturale che si è consolidato tra Settecento e Ottocento, racconta Gigante. La biologia racconta una storia diversa.
«Guardando il cervello delle madri e dei ratti si è scoperto che la gravidanza prepara alle modifiche cerebrali che verranno dopo, ma la differenza nel dopo è la cura, la relazione, la prossimità. Nel cervello dei padri coinvolti, delle madri adottive, persino delle femmine vergini che si prendono cura della figliolata di altri avvengono le stesse modifiche. Non c'è istinto innato: si impara attraverso la relazione».
E se si impara, allora non sentire subito, non sapere subito, non amare subito nel modo in cui ci hanno insegnato a immaginarlo, non è una colpa. È fisiologia. È processo. Sganciare questo dato dall'idea di amore assoluto e incondizionato è un altro dei regali più grandi che il libro offre.
Eppure, il senso di colpa resiste. Perché quando una madre prova irritazione, noia, il desiderio di stare da sola per dieci minuti, quelle emozioni – scrive Gigante – vengono lette come prove di una cattiva madre. Quella frustrazione prende altre strade: ansia, depressione, senso di colpa cronico. L'ambivalenza non è una crepa nell'amore. È parte costitutiva di qualsiasi relazione umana autentica.
Madri non si è: ci si fa
«Abitiamo un tempo in cui nulla è dato. Non ereditiamo gesti, non seguiamo il copione delle nostre nonne e madri», scrive Gigante. Siamo la prima generazione a dover costruire il modello mentre lo incarniamo, senza copioni tramandati, spesso senza reti di prossimità. Il che è disorientante. Ma è anche, a saperlo leggere, straordinariamente liberatorio.
«Il mito del tornare quella che eri è un mito e ci stritola», dice Gigante con quella chiarezza che attraversa tutto il libro. «Non è peggiore né diversa: si ha bisogno di sostegno, parole, lenti nuove. E bisogna trovare nuove relazioni in tutti i contesti di vita».
La psicoanalista Laura Pigozzi, citata nel libro, va ancora più a fondo: «La rivoluzione non comincia dalla madre. Comincia dalla donna». Quando questa distinzione si perde – quando il soggetto donna viene completamente assorbito dalla funzione madre – quello che rimane non è dedizione: è dissolvenza. «Bisogna essere pazienti con noi stesse», dice Gigante. «Devo lavorare su di me donna. La madre è un essere mitologico che non esiste».
Il sacrificio non è amore
Il mito della madre che si annulla – e che in quel sacrificio totale trova la prova del proprio amore – è uno di quelli che faticano di più a morire. Anche tra noi che ci consideriamo emancipate, consapevoli, attente. Anche, soprattutto, sui social, dove il sacrificio ha preso una forma nuova: più fotogenica, più “hashtaggata”, altrettanto logorante.
Gigante è diretta: «Lo usiamo come moneta di scambio. Ma dobbiamo sganciarci da questa idea: il sacrificio non è misura di nulla». Cita l’etimologia della parola, che recita come un mantra. «Sacrificio vuol dire “Fare sacro”. Tra le cose che desidero per mio figlio, voglio che impari a essere una persona che sa rispettare i limiti altrui, imparando ad accettare il “no” e a stare nella propria frustrazione. Senza pretendere che questi figli abbiano un'educazione diversa rispetto a quello che gli abbiamo dato».
Quindi, da donne che stanno vivendo la propria matrescenza, cominciare a dire «ho bisogno di questo» non significa amare meno. Significa costruire un modello positivo. Significa, letteralmente, fare del bene ai propri figli.
Il quarto trimestre che abbiamo cancellato
Nella matrescenza c’è un tempo speciale che noi occidentali abbiamo dimenticato. Esiste, infatti, un quarto trimestre. Dura circa dodici settimane dopo il parto. Ed è il periodo in cui la madre attraversa alcune delle trasformazioni più radicali della propria vita – nel corpo, nel cervello, nell'identità. La tradizione medica e culturale occidentale lo ha quasi completamente rimosso dal radar dell'attenzione collettiva.
Nel libro, Gigante porta pratiche da tutto il mondo – dal Marocco alla Corea, dal Messico all'India – dove la donna che ha partorito viene protetta, nutritta, custodita per settimane. Non per sentimentalismo. Per biologia. La medicina ayurvedica lo quantifica con una formula che colpisce: 42 giorni per 42 anni. Il modo in cui una madre viene sostenuta nelle prime sei settimane dopo il parto determina la qualità della sua salute per i quarant'anni successivi.
Eppure, il messaggio che arriva alle donne occidentali è che dopo sei settimane si è tornate quelle di prima. Quindi performanti sul lavoro, lucide, concentrate. «La biologia non ci ha fatte così», scrive Gigante. «Il capitalismo ci ha convinto di sì».
Il libro lo dice senza indulgenza: «Recuperare la sapienza del quarto trimestre non ha niente di nostalgico. È un investimento che scegliamo di non fare». E scrivere, come fa Gigante, di microchimerismo fetale – i cromosomi del figlio trovati nella tiroide di una donna a 27 anni dal parto, nessuno li aveva mai cercati prima – è un modo per dire che il corpo delle madri è ancora, in gran parte, territorio inesplorato. Il primo studio su una donna dal concepimento ai due anni dal parto è del 2024. È una cosa dell'altro ieri.
La maternità come fatto collettivo, non privato
«La maternità non è una faccenda che riguarda solo chi la vive. È un'esperienza collettiva, trasformativa, con radici e conseguenze che attraversano la società intera. […] Quello che i problemi delle madri ci dicono non riguarda loro come individui. Non sono i corpi delle donne a essere “difettosi”, ma è la nostra cultura che ha smesso di vedere i bisogni femminili di base nel momento del parto e nei mesi successivi».
“Supernova” non è un libro di self-help. Non promette di insegnarci a gestire meglio il sonno del bambino, né a ottimizzare la giornata con un figlio appena nato. È un libro che cambia le coordinate della maternità. Che sposta la domanda da «cosa c'è che non va in me?» a «cosa c'è che non va in una cultura che non sa come prendersi cura di chi diventa madre?».
«Ho scritto il libro che avrei voluto leggere io – dice Gigante – e che consiglio a chiunque pensi di essere sbagliata, a chiunque si senta fuori fuoco. A tutte le madri in matrescenza, perché la matrescenza non finisce mai. Ma anche a chiunque stia per affrontare una soglia di trasformazione».
Forse anche a chi una madre non è ancora. O non lo sarà. Perché “Supernova” parla di trasformazione, di identità, di cura – di sé e degli altri. E queste sono cose che ci riguardano tutte.
Foto di apertura: Cosimo Maffione

