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Adozioni, la storia di Bruna: «I genitori adottivi sono le mie vere radici»

Cosa significa essere adottati? Come si reagisce alla scoperta fatta in malo modo? Bruna racconta il tormento e la strada fatta per rinascere all'amore.

Cosa significa essere adottati? Come si reagisce alla scoperta fatta in malo modo? Bruna racconta il tormento e la strada fatta per rinascere all'amore.

Quando Bruna parla del suo essere stata adottata, chi ascolta viene rapito dalla sua emozione. Mentre ricorda le difficoltà nell'affrontare una scoperta traumatica, fatta attraverso le parole di una cuginetta, c'è anche tanta gratitudine e amore per chi l'ha cresciuta. Ha fatto pace con le ombre del passato, anche senza averle affrontate. Stanno lì, ma non fanno paura.

Nel suo cognome ci sono le tracce della famiglia che ha dovuto affidarla a qualcun altro per ragioni economiche. Una famiglia che non ha voglia di cercare. Siamo in Puglia. La storia di Lia inizia in anni in cui non poter avere figli era ancora causa di vergogna. Oggi che è mamma di tre bambini e proprietaria di un B&B a Trani (Bt), Lia vuole raccontare la sua storia per dire: «L'adozione è un gesto d'amore incomparabile».

Bruna, dove inizia la tua storia?
Sono nata ad Andria. Secondo quanto ho potuto ricostruire i miei genitori naturali non potevano tenermi per ragioni economiche. Ma mi hanno riconosciuta: infatti ho un doppio cognome. Il primo della mia famiglia naturale, il secondo della mia famiglia adottiva. Loro stavano per volare in Russia per adottare un bambino, quando dall'ospedale della città è arrivata la telefonata. Ero in incubatrice: dopo pochi giorni mi hanno portato a casa. 

Cosa ricordi della tua infanzia?
Ho avuto e ho tuttora un rapporto stupendo con la mia famiglia adottiva. Con mia madre ho avuto un rapporto simbiotico, all'inizio quasi morboso: guai chi me la toccava! Da piccola non li facevo nemmeno ballare insieme. Ero il suo marsupio. Poi con l'inizio della scuola elementare, sono diventata più indipendente. Papà non c'è più da cinque anni: lui è stata la mia Bibbia e da lui ho preso la mia testardaggine. 

Quando hai scoperto di esser stata adottata? 
L'ho scoperto in malo modo, attraverso una cugina che abitava accanto a casa mia. Ero piccola: avevo sette, forse otto anni. È stata una cosa traumatica. Lei era più grande di me di qualche anno e mi canzonava. Mai nessun altro lo aveva fatto. 

Cos'hai fatto dopo questo episodio? Cosa hanno detto i tuoi genitori?
All'inizio hanno negato. Ma ho insistito e un giorno, forse un po' costretti, mi hanno detto la verità. C'era stata molta sofferenza da parte loro. Avevano pressioni altissime...

Cioè?
Dovevano interfacciarsi con psicologici e assistenti sociali. Poi nei primi 5 anni i miei genitori biologici potevano riportarmi a casa con loro quando volevano. Una cosa che per me resta assurda. Ma mio padre mi raccontava anche che quando mi hanno avuto, non dormivano. Non perché piangessi, ma perché erano increduli, per guardarmi respirare. 

Scuola: l'essere stata adottata ti ha dato problemi?
No perché fino alle superiori non se ne parlava. Poi, durante gli anni delle superiori mi sono sbloccata.

Cos'è successo?
C'era un professore, una persona eccezionale. Era più uno psicologo che un insegnante! Ci ha messi in cerchio e ci ha chiesto di parlare delle nostre paure e angosce. C'è chi ha confessato di aver avuto pensieri suicidi. Ognuno diceva la sua. Tutti piangevano... E in quel momento io svelai il mio segreto: ero stata adottata e per questo avevo il doppio cognome.

Come ti sei sentita dopo?
Ho pianto, un pianto liberatorio, seguito da un senso di felicità estrema. Perché il magone era ovunque: lo provavano i miei, che vivevano male questo tabù di non poter aver avuto figli, cosa che io assorbivo. Riconoscere di non poter avere figli può farti sentire menomato: le donne che non possono averli, ne parlano come una cosa di cui soffrono. È come se non funzionassi, come se fossi bloccata.

Hai mai affrontato il tuo esser stata adottata attraverso la psicoterapia?
No, anche se ci sono paure strane, come quella del viaggiare in auto che secondo me potrebbero esser svelate solo da un'analisi in ipnosi. Ma il non voler scavare più di tanto è per me anche una forma di rispetto per i miei genitori. Quando hai dei genitori adottivi splendidi, non ti interessano tanto le tue origini. Le mie radici sono loro. Mi sembra solo una sfida all'incognito, non sai se può andare bene o male, se puoi conoscere cose che non ti piaceranno.

Ti sei mai sentita “diversa” in quanto adottata? 
No, mi sono sentita diversa in quanto figlia unica: ho sempre voluto un fratello o una sorella. Il mio problema era la solitudine, anche se non ero mai sola. Ho avuto sempre amiche e tutt'ora è così. La parola che dà un senso alla mia vita è condivisione. Se mangio una pizza, voglio assaggiare quello che l'altra persona ha nel piatto. Mi definisco un cane da compagnia. Ma ho fatto un lavoro di introspezione che mi ha aiutato anche a stare bene da sola.

Ora sei sposata e hai tre figli: quanto la tua esperienza ha condizionato il legame con loro?
Ho assoluta fiducia in loro. Divento più apprensiva quando devo affidarli ad altre persone. Il più grande ha 14 anni, la seconda 8 e la terza, la spensieratezza fatta persona, 3. Attraverso la maternità credo anche di aver esorcizzato molte cose.

Quali?
Se non fossi stata riconosciuta, l'avrei vissuta male. L'essere completamente abbandonata è terribile, ma i miei non potevano economicamente farcela con un altro figlio. In quanto madre, è un gesto che posso capire. 

Vorresti incontrare la tua famiglia naturale?
Se volessi, potrei rintracciarli. Ma non ho voluto approfondire. Forse anche i miei li hanno incontrati, ma non so. Da loro ho solo voluto sapere se fosse accaduto qualcosa alla mia madre naturale, ma mi hanno detto che non sono causa di nessuna morte. Al tempo molte donne morivano di parto e io temevo di aver causatola morte della mia mamma naturale.

Hai mai usato la tua esperienza per aiutare qualcuno?
Sì. Dei cugini di mio marito non potevano avere figli. Lui voleva procedere con l'adozione, ma lei no. Mi hanno invitata a casa loro per ascoltare la mia esperienza. Dopo il mio racconto lei si è sbloccata e hanno aperto l'adozione: hanno avuto una bambina stupenda! Molti sono spaventati dall'idea che non sia il proprio figlio biologico o che un giorno possano dire «Non sei mia madre!». Ma indovina, può succedere anche con il sangue del tuo sangue! I bambini lo fanno per capriccio, per offenderti. Funzionano così.

Cosa senti di dire a tutti quei bambini, oggi adulti, che sono stati segnati negativamente dall'adozione, magari proprio per una scoperta traumatica?
Che non dovrebbe accadere. Nel bene e nel male bisogna dire la verità. 

Cosa ti senti di dire a quei genitori che stanno iniziando un percorso di adozione?
È il percorso più bello che faranno nella loro vita. Ci sono delle persone che non vogliono quel bambino che stanno per incontrare, mentre loro vanno incontro a ciò che desiderano e per cui lottano. È un gesto d'amore incomparabile: donare la propria vita a un bambino è una cosa bellissima.