Intervista a Letizia Battaglia: «Non chiamatemi fotografa di mafia»

Celebrata al cinema, premiata in tutto il mondo. Ha iniziato a scattare a quasi 40 anni e non ha più smesso. Intervista a Letizia Battaglia, una “partigiana della vita” a cui sta stretta l’etichetta di “fotografa della mafia”.  

In fondo non c’è da stupirsi del fatto che Letizia Battaglia, in questo 2019, sia improvvisamente diventata ‘di moda’ al cinema, prendendosi il ruolo di protagonista in due documentari: La Mafia non è più quella di una volta, di genere grottesco, uscito a settembre, e Shooting the Mafia, biografico, interamente dedicato a lei, nelle sale dal 1° al 4 dicembre.

Quella di Letizia Battaglia, infatti, è esattamente una vita da film: nata nel 1935 a Palermo, scappa di casa e dal padre padrone a soli 16 anni, si sposa subito con il primo ragazzo che si innamora di lei, ha tre figlie ma poi qualcosa su rompe. Vorrebbe riprendere gli studi, ma il marito glielo impedisce perché non è una cosa ‘da donne’, così ha un crollo nervoso che la porta al ricovero in una clinica Svizzera. Diventata irrequieta, un giorno viene sorpresa a letto con l’amante dal marito, che le spara un colpo di pistola. Invece della morte, per lei arriva la rinascita, sotto forma di macchina fotografica. «La prima me la regalò la mia amica Marilù, che ringrazio e a cui ancora oggi sono legatissima», dice a DeAbyDay: «Ho iniziato a fotografare a 40 anni, ma c’è da dire che a quell’età ero davvero una ragazza. E lo sono ancora oggi, a 84 anni». Prima fotoreporter donna in Italia a lavorare per un quotidiano, Letizia Battaglia credeva che avrebbe fotografato i volti e le bellezze della sua Sicilia, invece iniziò fin da subito con i suoi orrori: un morto ammazzato, al suo terzo giorno di lavoro per L’Ora. Suo malgrado, non si sarebbe più fermata (per un paio di decenni, almeno), collezionando riconoscimenti a livello internazionale e affermandosi come la fotografa della Mafia per eccellenza. Un’etichetta, ci racconta, che non apprezza in modo particolare.

Foto: Letizia Battaglia

Che persona era prima di scoprire la fotografia?

Una persona che non si apparteneva, in balia degli affetti e della società. Da quando ho iniziato a fotografare la macchina mi ha ha donato me stessa e con lei ho acquisito una forza interiore sufficiente per essere felice.

E che fotografa è oggi Letizia Battaglia?

Come persona, mi definisco una partigiana della vita. Io sono una persona e anche una fotografa. Non sono solamente una fotografa. Non voglio essere relegata a quella figura.

Si è mai chiesta come sarebbe stata la sua vita senza quel regalo da parte di Marilù?

Sì, l’ho fatto. Sarebbe stata peggiore. Prima avevo cercato di avvicinarmi a una qualche forma di espressione, all’arte. Volevo fare la scrittrice e per qualche tempo ho fatto la giornalista. Poi è arrivata la macchina fotografica, che è uno strumento meraviglioso. Grazie a lei mi avvicino al mondo, me lo rubo e me lo porto a casa. Ti dà un potere fantastico: se non sei una persona imbecille con la macchina fotografica puoi davvero raccontare il mondo, oltre a te stessa.

Quando ha capito che poteva vivere di fotografia?

Non l’ho mai capito, è andata così. A un certo punto ho realizzato che il mio impegno verso la vita, la bellezza ed essenzialmente la giustizia veniva ripagato. Sono stata davvero fortunata a pescare questo lavoro, tra tutti quelli che potevo prendere.

Durante la sua carriera è stata ripagata anche con numerosi premi.

Sì, il 21 ottobre mi è stato consegnato il premio Khythera, riconoscimento dell'omonima fondazione tedesca destinato agli artisti che si sono distinti nello scambio culturale tra la Germania e i Paesi latini. Per me è incredibile che persone straniere capiscano il valore di quello che ho fatto e sto facendo.

Foto: Letizia Battaglia

Adesso anche il cinema le sta rendendo omaggio…

Con due lavori molto diversi. Shooting the Mafia è proprio un documentario su di me, mentre La mafia non è più quella di una volta, che mi vede tra i protagonisti, racconta quanto stupida sia la gente che segue la mafia, ne approva il pensiero o la teme.

Senta, ma la mafia davvero non è più quella di una volta?

Oggi è legata di più al potere, ai soldi, agli affari, grazie a gente corrotta che la segue. Non è più Totò Riina e i picciotti con la coppola. In giro ci saranno certamente mafiosi, ma quelli importanti a parte Matteo Messina Denaro sono tutti in carcere. La mafia esiste ancora, ma è diversa: quella che faceva paura perché ammazzava e metteva le bombe, ormai fa presa solo sul popolo meno colto e più povero.

Anche la sua Palermo è cambiata?

La mia città è diventata bellissima e vitale, con una scena culturale davvero vivace. È cambiata anche grazie a Leoluca Orlando, che ha impedito alla mafia di gestire i lavori pubblici, a differenza di quanto succedeva prima con Vito Ciancimino.

A chi non l’ha vissuta, come spiegherebbe il ventennio Anni 70-80? La lista dei morti ammazzati è lunghissima, agghiacciante.

Sono stati anni umilianti, perché le persone perbene non riuscivano a vivere le loro vite, mortificate da questa oppressione della mafia. Chi non li ha vissuti così, è perché ha avuto modo di distrarsi. Chi era impegnato, penso a fotografi, magistrati, poliziotti, giornalisti, li ricorda come anni terribili. La notte non si usciva e non c’erano caffè con tavolini fuori, mentre oggi è pieno di gente che va in giro anche da sola. Certo, manca ancora il lavoro, ma Palermo si è risvegliata. Grazie ai palermitani e non ai governi, che non ci hanno aiutato.

Foto: Letizia Battaglia

Lei nel 1979 fotografò Giulio Andreotti a fianco di Nino Salvo. Uno scatto, purtroppo, entrato nella storia.

Avremmo potuto sconfiggere la mafia già 50 anni fa, ma quando una figura come quella di Andreotti, e cito lui solo come esempio, è così vicina alla mafia, significa non solo che non c’è la volontà di combatterla, ma che il governo è addirittura colluso. Io queste cose le ho vissute e sono molto felice che oggi ci sia una speranza. Non potrò mai dimenticare quegli anni, durati fino alle uccisioni di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Don Pino Puglisi, che fu ammazzato solo perché era un bravo prete.

Gli ideali di Falcone e Borsellino sono sopravvissuti alla loro morte?

Sì, i loro ideali sono rimasti. Le mie mostre, dove le fotografie sono memoria, e gli incontri a cui partecipo, ad esempio nelle scuole, servono a trasmettere idee, valori, indignazione contro le mafie, che sono sempre lì nascoste e pronte ad agire contro la giustizia. Ho avuto un sogno ricorrente: bruciare i negativi delle foto di morti ammazzati. Quell’archivio è un incubo. Ma lo devo portare in giro, affinché la gente sappia quanto abbiamo sofferto in questa terra.

Una terra che ha fotografato anche in altri modi. Le dà fastidio essere conosciuta solo o comunque principalmente come una fotografa di mafia?

Sì, perché io non sono fotografa di mafia. Ho fotografato la bellezza, i bambini, le donne, gli ospedali psichiatrici. Ho amato questa terra a tutto tondo, nella ricerca della bellezza.

Foto: Letizia Battaglia

Difatti tra le sue foto più celebri c’è quella alla ragazzina con il pallone, scattata nel quartiere La Cala di Palermo nell'estate del 1980.

Sono fortemente legata alle foto scattate alle bambine, perché mi riportano a me bambina, ai sogni che avevo di una società giusta, generosa e piena d’amore. Quando le immortalavo, cercavo i loro, di sogni. Ma oggi fotografo altro.

Oggi tra i suoi soggetti preferiti ci sono donne nude. Perché?

Per una forma di rivalsa nei confronti della giovinezza che ho vissuto, in cui le donne erano in balia degli uomini. Oggi sono loro a dirmi: «Letizia, mi fotografi?», anche a 70 anni, così come sono. Nude come la terra. Tra due anni sarò pronta per un libro e una mostra, con foto di donne palermitane nude.

Nel frattempo dirige il Centro Internazionale di fotografia nella sua Palermo.

Uno spazio meraviglioso di 600 metri quadrati, dove però non mostro le mie foto, ma quelle dei palermitani e degli stranieri. La cultura è molto importante, perché con essa si può combattere la mafia.

Ultima domanda. Tutte le sue foto sono in bianco e nero. Perché?

Vogliamo mettere? I colori, che pur esistono nella vita, rischiano di far diventare superficiali anche scene drammatiche. Il bianco e nero, invece, è capace di rendere solenne e unico il momento dello scatto.

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