We Are Who We Are, l'amore ai tempi del gender fluido

Luca Guadagnino approda alle serie tv e convince con We Are Who We Are, uno spaccato sull'adolescenza e sull'amore ai tempi del gender fluid.

La prima serie diretta da Luca Guadagnino, We Are Who We Are, sta andando in onda su Sky Atlantic (e Now TV): mancano ancora i due episodi finali (l’appuntamento è per venerdì 30), ma è già ora di parlare di un prodotto che non può lasciare indifferenti. Anche perché, nel frattempo, lo hanno fatto praticamente tutti.

Stroncata da La Verità, secondo cui «strizza l’occhio all’ideologia gender, risultando fredda e artificiosa», We Are Who We Are è una serie coming of age ambientata in una base dell’esercito Usa in Veneto, dove si incrociano le storie di Fraser, appena arrivato, e di Caitlin, che invece vive lì da tempo con la famiglia. Un racconto di formazione, con al centro i due protagonisti adolescenti e la loro compagnia, in cui la scoperta della sessualità (dall’identità all’orientamento) risulta un tema preponderante.

La mano del regista

Conosciuto per A Bigger Splash, acclamato per Chiamami Col Tuo Nome e dietro alla macchina da presa nel remake di Suspiria, Luca Guadagnino è il Ryan Murphy italiano. Come il suo omologo si è cimentato nell’horror, ma è probabile che dia il meglio di sé nel cinema di genere. Fluido (a proposito di Murphy, avete visto Pose?). Insomma, la mano di Guadagnino c’è, si vede ed è anche grazie a essa se We Are Who We Are è un prodotto di altissima qualità visiva.

I dolori del giovane Fraser

Come detto, i protagonisti della serie sono Fraser, interpretato da Jack Dylan Grazer, e Caitlin, a cui dà il volto (molto particolare invero) Jordan Kristine Seamón. Lui, timido e sempre scazzato, ribelle senza causa, arrivato in Italia a al seguito delle due mamme (Chloë Sevigny e Alice Braga); lei nella base militare da qualche anno, spavalda e in contrasto con il padre, trumpiano di ferro. Entrambi i giovani attori sono bravissimi e fagocitano un po’ tutti gli altri, soprattutto quando gli altri (i ragazzini in particolare) si mettono a parlare italiano.

I dialoghi

Ecco, una nota dolente in We Are Who We Are c’è. Ed è anche piuttosto evidente: i dialoghi. Non tanto per ciò che viene detto, ma per come viene detto. È evidente, infatti, che gli attori di madrelingua inglese pronuncino le frasi in italiano senza sapere cosa stanno dicendo, ma solo recitando il copione. La cosa davvero brutta, però, è che anche quando viene detto qualcosa in dialetto suona proprio male.

Un racconto per iperboli

We Are Who We Are è un bel racconto per iperboli. Ne ravvisiamo almeno tre, riguardanti vestiti, nudità, comportamenti. E sono intersecate tra loro. I vestiti sono volutamente esagerati, nelle misure e negli abbinamenti. I pinocchietti leopardati di Fraser sono inspiegabili, anche per un contestatore silenzioso della società come lui. Per i due protagonisti, l’oversize è la regola: coprendo i corpi, si amplifica la fluidità dei generi. Per quanto riguarda invece l’esposizione dei corpi, ci vogliono appena 9 minuti per il primo nudo quasi integrale di Chloë Sevigny, mentre il primo assembramento di peni arriva al 18esimo. Per quanto riguarda i comportamenti eccessivi, senza voler scomodare una certa festa che arriva durante un certo episodio, facciamo riferimento a quelli messi in atto da Francesca Scorsese (figlia di), alias Britney, nel primo, quando sputa noccioli di ciliegia sul pavimento del supermercato della base militare, per poi gettare un cono gelato appena iniziato nell’immondizia. Chi si comporta così nella vita reale? Nessuno, ma è funzionale al racconto.

Ambientazione

Tutto è permesso perché l’azione si svolge in un non-luogo, sospeso tra Laguna Veneta e America: la Caserma Pialati di Chioggia, le spiagge e il centro storico della “Piccola Venezia”. Una provincia profonda, in cui i ragazzi trovano il loro esperanto in uno slang angloveneziano, in cui a un’adolescente basta indossare una camicia da uomo per fingersi tale e conquistare una ragazza al bar, in cui basta un cartone di Tavernello ed è subito festa. Insieme agli attori, è l’ambientazione la vera grande protagonista di Whe Are Who We Are, come i bayou di True Detective, i laghi di Ozark, le Keys di Bloodline, il Lido di Comacchio di Bambola.

Colonna sonora

Finiamo in bellezza con la colonna sonora. Il non luogo appena descritto è un non luogo bellissimo, in cui i giovani ballano in spiaggia brani come Rock 'n' roll robot di Alberto Camerini e Self Control di Raf, alla faccia della versione di Laura Branigan (da qui, su YouTube sono finito su L’italiano di Toto Cutugno e ho pianto, come sempre). E We Are Who We Are è una serie in cui nel giro di cinque minuti succede di ascoltare la trinità composta da David Bowie, Smiths e Rolling Stones, per poi scatenarsi (idealmente, non proprio come i protagonisti) con Emilia Paranoica dei CCCP.

Foto apertura: Ufficio stampa Sky - Yannis Drakoulidis

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