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Gabriele Cirilli: «Proietti? Adesso Roma ha un colle in più»

Intervista a Gabriele Cirilli, che ricorda il maestro nel giorno della scomparsa: «Ho i suoi insegnamenti stampati in testa. Per me Gigi è stato come un secondo padre».

Intervista a Gabriele Cirilli, che ricorda il maestro nel giorno della scomparsa: «Ho i suoi insegnamenti stampati in testa. Per me Gigi è stato come un secondo padre».

Quando Gabriele Cirilli risponde al telefono, la prima cosa che mi dice è: «Non è proprio un bell’anno, questo. Prima di iniziare il 2021 vorrei vedere i trailer». Insomma, anche in un giorno triste come questo, da buon comico sa come strappare una risata. Merito, forse, delle preziose lezioni seguite negli anni del Laboratorio di Esercitazioni Sceniche di Roma, la scuola di recitazione diretta da Gigi Proietti che ha frequentato dal 1987 al 1990. Chissà. Di sicuro, c’è che il 2 novembre 2020 l’Italia ha perso l’ultimo suo grande mattatore, che proviamo a ricordare grazie alla parole di un artista che ne è stato prima allievo, poi collega e infine amico. Nonché un po’ figlio, visto che lo considerava (e continuerà a farlo) come un secondo padre: «Non mi sono mai vergognato a dirglielo, anche davanti al popolo italiano».

Proietti e il tuo primo padre, quello vero, tra l’altro si sono conosciuti.
«Portai mio padre a vedere I sette re di Roma. Lui non credeva molto in questo mestiere, non lo considerava un lavoro vero. Quando a fine spettacolo andammo in camerino a trovarlo, il maestro Proietti gli disse: “Sor Cirilli, lo lasci volare, questo ragazzo deve volare. Vedrà che ce la farà”. Mio padre si rasserenò, tra l’altro pochi mesi prima di venire a mancare. Da quel momento in poi Gigi è diventato un secondo papà».

Sei entrato al Laboratorio di Esercitazioni Sceniche a 20 anni. Che cosa rappresentava Proietti, per un giovane che voleva fare questo mestiere?
«Proietti non era solo un mostro sacro, ma per me esisteva anche un filo sottile che mi univa a lui, nato durante l’infanzia. Nel 1974/75 andai a vederlo a teatro, accompagnato da mia nonna, quando debuttò in prima nazionale con A me gli occhi, senza ancora il “please”, proprio a Sulmona. Ai tempi era al Teatro Stabile dell’Aquila e venne a sperimentare lo spettacolo nella mia città. La prova andò benissimo: il pubblico caloroso gli fece capire che poteva andare avanti con questo one man show, che infatti poi gli ha dato grande popolarità».

Che cosa ricordi del primo incontro “vero” tra voi due?
«Risale al provino per il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche. Era stato lì per ore a vedere un provino dopo l’altro: chiedeva ai ragazzi che cosa avessero portato e tutti tiravano fuori una musicassetta. Io salii sul palco truccato e vestito da Gastone, suo grande cavallo di battaglia, che rielaborai in una versione mezza abruzzese. Non solo: mi avevano accompagnato un pianista, un contrabbassista e un violinista. Lui si galvanizzò: durante il provino si mise praticamente a fare la regia dello spettacolo: “Aspetta questa falla così, falla più veloce, etc”. Capii che il mio modo di stare sul palco gli interessava».

E infatti entrasti nella scuola. La lezione principale che ti porti dietro?
«Io di Proietti mi porto dentro tutto. Non riesco a metabolizzare la sua scomparsa, e non so se lo farò, perché lui per me ci sarà sempre. Quando faccio qualcosa a livello artistico mi chiedo: “Qua come farebbe Gigi?” E ho sempre una risposta. Prima di ogni spettacolo faccio quello che mi disse di fare tanti anni fa: mi metto dietro al sipario e ascolto il brusio del pubblico in sala. Perché dal chiacchiericcio si può capire chi ci si troverà davanti. Ogni cosa che mi ha detto ce l’ho stampata in testa».

Conosciamo il Proietti artista. Ma in privato com’era?
«Non cambiava molto, era sempre allegro, gli piaceva giocare, sia sul palco che fuori. Il momento più bello era alla fine dello spettacolo, quando diceva: “Ragà, stasera ‘ndo annamo a magnà?”. E si rimaneva in osteria fino alle quattro del mattino: molti suoi sketch, come “Nun me rompe er ca” sono nati proprio così, con la chitarra a cena. Ero presente quando lui prendeva in giro i francesi in quel modo…».

Un Proietti godereccio, alla Tognazzi.
«Bravo, esempio perfetto. Tra l’altro si conoscevano bene, amavano entrambi la cucina e la bella vita. Anche io ho conosciuto Tognazzi, alla fine degli Anni Ottanta, quando Proietti fece in tv Di che vizio sei?. Ero presente come allievo e non mi dimenticherò mai questo lungo pranzo in cui non mangiai niente, perché non avevo una lira e non volevo spendere: mi cibai delle loro chiacchiere, parlarono di tutto, di cose private davanti a me, come se volessero insegnarmi qualcosa».

A proposito di soldi, hai raccontato che all’inizio Proietti ti ha anche dato una mano economicamente. Ti va di parlarne?
«Sì, in realtà quello che ho detto è stato interpretato male. Semplicemente, Proietti una volta preferì far lavorare mio padre, che aveva una fabbrica di marmi in Abruzzo, piuttosto che qualche ditta di Roma. “Ma sì, sor Cirilli, me faccia ‘sta cucina”: il pianale in granito juparanà brasiliano tutto venato, realizzato da mio papà, è nella sua cucina ancora adesso».

Proietti d’altra parte ti stimava molto. Appena uscito dalla scuola ti chiese di partecipare al suo spettacolo Serata!.
«All’epoca, sempre per motivi economici, non mi potevo permettere una casa e dormivo “di nascosto” dalla mia fidanzata e futura moglie, che studiava a Roma assieme alla sorella. Chiamò al telefono e rispose mia cognata: siccome aveva una voce molto bassa, lei pensò che si trattasse di Insinna (compagno di Cirilli alla scuola di recitazione, ndr): “Dai Flavio non scherzare”. E lui: “Ma no, sono davvero Gigi Proietti”. Nel dubbio lei gli dette il numero di casa di Sulmona, dove effettivamente ero in quel momento: “Gabrie’, te va di fare questa cosa? Me farebbe tanto piacere perché sei bravo”. Fu la prima esperienza in cui toccai con mano, sulla pelle, il sudore registico. Fa impressione dirlo adesso, con la paura dei droplet, ma allora era piacevole che un grande come Proietti ti sputacchiasse in faccia in scena (ride, ndr)».

Il vostro rapporto poi si è consolidato nel corso degli anni.
«Sì. Ci siamo incrociati più volte sul palco, ci siamo visti fuori dai teatri e io gli ho chiesto spesso consigli. Però posso dirti che anche lui, quando mi chiamava, essendo una persona umana e un po’ insicura come tutti i grandi artisti, se aveva qualche dubbio non esitava a chiedere un parere: “Ma tu che faresti?”».

Quando lo hai sentito l’ultima volta?
«Poco tempo fa, per parlare di questo problema dei teatri che aprono e poi richiudono: volevo fare con Flavio Insinna La commedia degli errori al Globe Theatre di Roma, ma non ci siamo riusciti. Quando ho saputo che stava male, avendo a che fare con un gladiatore come lui pensavo avrebbe superato anche questa. E invece…».

Veltroni ha detto che, con la morte di Proietti, Roma ha un colle in meno. Da romano d’adozione, sei d’accordo?
Io sono nato due volte. Fisicamente in Abruzzo e artisticamente a Roma. Per me non c’è un colle in meno, anzi ora ce n’è uno in più oltre ai sette che conosciamo. Proietti è l’ottavo colle di Roma: sta lì e non se ne va. Uno come lui, l’ultimo mattatore rimasto dopo Gassman, se ne può andare fisicamente ma rimane nella storia.

Senti, qual è la tua versione preferita di Proietti?
«Proietti è grande in tutto: cinema, doppiaggio, fiction. Ho avuto la fortuna di stargli accanto ovunque. Ma il teatro di Gigi Proietti era di un’animalità, di un’energia, empatia, di un qualcosa che non si può descrivere. E stando lì sul palco, accanto a lui, questa sensazione veniva amplificata rispetto alla visione dalla platea. Rimanevi estasiato, incantato».

Grazie a Internet si può recuperare di tutto. Che sketch di Proietti consiglieresti a chi, per varie ragioni, non lo conosce artisticamente?
«Vedere Proietti significa poter capire cosa sia questo lavoro. Secondo me “La telefonata” di Gigi è una lezione di tempi comici, pause, luce, animalità. Se proprio devo scegliere, con questo sketch si può imparare tutto sul teatro».

Foto apertura: Piergiorgio Pirrone - LaPresse