Dark Tourism: Panama, Colombia, Bolivia

Farsi largo a colpi di machete nella foresta pluviale, con il rischio di imbattersi nei contrabbandieri. Ripercorrere i passi di Pablo Escobar, il re del narcotraffico. E infine percorrere la strada più pericolosa al mondo. Tre proposte per i dark tourist.

Lo speciale di DeAbyDay dedicato al dark tourism ha già toccato tappe di assoluto rilievo, come Giappone, Stati Uniti e Messico. Proseguendo il viaggio nel continente americano, in direzione sud, si potrebbero attraversare Paesi come Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua, storicamente non proprio tranquillissimi, per arrivare infine in Panama. È qui, dove si interrompe la Panamericana, che iniziano le strade sterrate del Darién, una frontiera naturale che in pochi si azzardano a passare, e comunque sempre a proprio rischio e pericolo.

Dark tourism: la temibile giungla del Darién

Il Darién, che famoso per la sua incredibile biodiversità è uno dei luoghi più incontaminati del pianeta, rappresenta il confine naturale tra l'America centrale e l'America del Sud, ed è diviso a metà: da una parte, in Panama, c’è il parco nazionale del Darién, mentre in Colombia sorge il parco nazionale Los Katios. In mezzo, c’è un’intricata giungla primordiale, quasi disabitata, terra di passaggio per contrabbandieri e rifugio per gruppi paramilitari.

Passata la città di Yaviza, come detto inizia lo sterrato, che continua per 150 km. In alcuni punti è possibile muoversi esclusivamente in canoa, da un piccolo insediamento di nativi all’altro, oppure facendosi largo nel fitto della foresta con il machete. Meglio affrontare il Darién con una guida locale, che può dare una mano quando ci si imbatte in uno dei tanti check point della polizia di frontiera panamense, la Senafront, e limitare il rischio di perdersi. Quanto ai brutti incontri, non sono esclusivamente umani: la giungla ospita infatti numerose specie di serpenti e scorpioni, formiche del fuoco, rane velenose, senza dimenticare i giaguari. Come se non bastasse, occorre fare attenzione anche alla palma nera, capace di provocare infezioni con le sue lunghe spine ricoperte di batteri.

Foto: Rafal Cichawa © 123RF.com

Nei luoghi di Don Pablo

Se si è abbastanza fortunati da superare il Darién, si può poi proseguire verso Medellín, città resa celebre dal cartello di narcotrafficanti, fondato e gestito da Pablo Escobar. Un personaggio mitologico (in Colombia e non solo), ma soprattutto un efferato criminale, capace di esercitare il fascino del male su schiere di dark tourist, attirati dalla possibilità di partecipare ai cosiddetti ‘narcos tour’.

Queste visite guidate, in auto privata, minivan o pullman, portano i viaggiatori nei luoghi legati a Escobar. Quali? Ad esempio il quartiere che informalmente porta il suo nome, dove costruì case per i più poveri, in cui oggi ci sono numerosi murales che lo ritraggono. Oppure il quartiere benestante di El Poblado, dove si trova l’edificio Mónaco, bombardato nel 1988 dal cartello di Cali: era l’abitazione di don Pablo, ma anche il luogo dove venivano torturati e uccisi i suoi nemici. Senza dimenticare la casa dove fu ucciso e il cimitero Jardines de Montesacro: la sua tomba è la seconda più visitata del Sudamerica, dopo quella di Evita.

I due luoghi più iconici si trovano però lontano dalla ‘sua’ Medellin. Su una collina con vista sulla città sorge La Catedral, la prigione che Escobar costruì per se stesso, dopo un accordo con la polizia colombiana, mentre a 180 km di distanza c’è l’Hacienda Napoles, la celebre tenuta che comprendeva villa coloniale, svariate dépendance, pista di decollo, piscine, laghi artificiali, stalle e persino uno zoo, dove spiccavano numerosi ippopotami, ancora oggi il pezzo forte del parco tematico ospitato oggi nei suoi 3000 ettari. Curiosità: ad avviare i tour dedicati a Pablo Escobar è stato Jhon Jairo Velásquez, detto ‘Popeye’, ex sicario del cartello di Medellín.

Foto: Jesse Kraft © 123RF.com

Lungo il Camino de la muerte

E a questo punto, dopo aver superato indenni la giungla del Darién e Medellín, che rimane una città molto pericolosa ancora oggi, perché non dirigersi verso la Bolivia, per scoprire la via degli Yungas, altresì conosciuta come Camino de la Muerte? Costruita negli Anni 30 dai dai paraguaiani fatti prigionieri durante la Guerra del Chaco, è lunga 56 chilometri e collega La Paz a Coroico. Con un dislivello totale di 3000 metri, fondo sterrato e stretto, assenza totale di parapetti e precipizi che non darebbero alcuna speranza, il tutto in una zona con precipitazioni e nebbie frequenti, si tratta di una strada spettacolare e spaventosa al tempo stesso. Divenuta una delle principali attrazione turistiche della Bolivia, ogni anno è percorsa da un numero sempre crescente di coraggiosi cicloturisti. Ma anche in auto è assolutamente da pelle d’oca. O, come dicono da quelle parti, da piel de gallina.  

Foto apertura: Martin Schneiter © 123RF.com

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