Selfie estremi: perdere la vita per un pugno di like

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La scelta di immortalare un momento può diventare causa di morte, quando si sceglie di fare uno scatto "acchiappa like". Storie di foto pagate con la vita.

C'è una nuova epidemia silenziosa: si chiama febbre da selfie. Nella maggior parte dei casi produce solo un flusso di foto più o meno carine sui social in cui ci si ritrae con amici, parenti, animali o celebrità. In altri, più rari ma in aumento, un selfie può arrivare a costare la vita.

È quello che è successo a una ragazzina precipitata dal 27° piano di un albergo o al quindicenne di Sesto San Giovanni, caduto in un condotto di areazione per scattare un selfie sul tetto di un centro commerciale. O, ancora, è la stessa sorte toccata a una ventiduenne a pochi giorni dalla laurea: voleva una foto mozzafiato dalla torre dell'università e ha perso la vita per farla.

È l'epidemia di selfie estremi, quella voglia di stupire i propri follower con una foto fuori dal comune

Panama. Manuela Da Costa Macedo aveva ventisette anni. Non era una ragazzina. Madre di due bambini, aveva voglia di un selfie davvero sensazionale. Per farlo si è appoggiata e poi seduta sul davanzale del balcone al ventisettesimo piano dell'hotel in cui stava alloggiando. Bastone da selfie in mano, cercava l'angolazione giusta.

Alcuni operai l'hanno vista e le hanno intimato di tornare dentro. È pericoloso, le hanno detto. All'inizio sembrava averli ascoltati, ma poi ci ha riprovato, spingendosi sempre più oltre il davanzale, fino a perdere l'equilibrio. Per lei non c'è stato nulla da fare.

Foto: lzflzf © 123RF.com

Il caso di Alessandro Barone, quindicenne di Sesto San Giovanni, ha riempito le pagine di cronaca e i salotti televisivi per giorni. Psicologi e sociologi erano seduti lì, a spiegare al pubblico, cosa potrebbe aver spinto questo ragazzino a salire sul tetto di un centro commerciale di sabato sera per scattare una foto, per poi morire cadendo in un condotto di areazione. «La morte non ci fa paura la guardiamo in faccia», scriveva Barone su Instagram, dove c'erano alcuni selfie estremi. L'ultimo è stato fatale.

Sydney Paige Monfries aveva ventidue anni. Stava per laurearsi all'università di Fordham, New York. Pochi giorni prima della sua laurea, complice forse l'emozione e l'adrenalina, voleva celebrare questo momento unico con un selfie spettacolare. Un ricordo da tenere per sempre. Così, insieme ad altri ragazzi prossimi al traguardo come lei, è salita sulla torre per fotografarsi, ma è caduta. All'arrivo della polizia, la ragazza era in condizioni disperate.

Un quindicenne di Acquasparta, in provincia di Terni, è morto per girare un video dell'amico in scooter, che doveva passargli vicino. Il ragazzo si è sdraiato per filmare l'impresa col cellulare, ma l'amico in motorino lo ha accidentalmente investito.

Un selfie sembra molto più importante della propria vita, o di quella degli altri. È ciò che traspare da una bravata compiuta a Verona. Un uomo di cinquantacinque anni è stato colto da un infarto nei pressi di Riva San Lorenzo. L'ambulanza e gli operatori hanno dovuto farsi strada tra un folto gruppo di curiosi, accalcati intorno all'uomo in fin di vita per fare foto e selfie. Nessuno che tentasse di rianimarlo.

Foto: lzflzf © 123RF.com

Quando un selfie per la corsa ai like è diventata più importante della vita umana?

Secondo i dati resi noti dal Rapporto Italia 2019 di Eurispes, tra il mese di ottobre 2011 e quello di novembre 2017 sono morti di selfie estremi 259 vittime. Quasi tutti erano giovanissimi alla ricerca di uno scatto mozzafiato da condividere sui social.

Secondo uno studio dell'India Institute of Medical Sciences di Nuova Delhi le vittime sono per lo più persone tra i 20 e i 29 anni (e per la quale si contano 106 vittime). Seguono i ragazzini tra i 10 e i 19 anni (76 vittime). Altre 20 vittime si contano nella fascia tra i 30 e i 39 anni, 2 tra i 50 e i 59 anni e 3 tra i 60 e i 69 anni. Facendo una distinzione di genere, le 259 vittime si dividono in 153 uomini e 106 donne.

Gli incidenti mortali legati ai selfie estremi avvengono per lo più a causa di cadute dall'alto di palazzi o da scogliere, montagne, ma anche per condizioni estreme come incidenti legati al passaggio dei treni. Tutto, magari, per un selfie sui binari.

Cosa spinge queste persone a sfidare la morte per un selfie?

Secondo l’Osservator nazionale dell’adolescenza iol'8 per cento delle vittime da selfie è stato sfidato dagli amici a compiere uno scatto estremo, anche a rischio della propria incolumità. La percentuale sale al 12 per cento nella fascia d'età tra gli 11 e i 13 anni.

Nei giorni dopo la morte del figlio, il padre di Alessandro ha spiegato che il quindicenne non era un amante degli sport estremi. Era solo attratto da tutto ciò che gratificasse il suo narcisismo individuale, fomentato dagli smartphone. Era intrappolato nella corsa per emergere nell'unico mondo in cui sembra che rischiare la vita sia una scelta giusta: quello virtuale.

Quali sono le possibili soluzioni?

Le relazioni. Quelle reali, che iniziano in famiglia e continuano a scuola, dove deve diffondersi l'insegnamento dell'educazione digitale. Scuole "smartphone free" per frenare il baratro delle dieci ore trascorse online ogni giorno per i ragazzi dai 15 ai 24 anni. Una missione impossibile? Chissà. Forse la lotta tra l'uomo e la macchina, iniziata con il Luddismo settecentesco, è al suo momento cruciale. 

Foto apertura: mihtiander © 123RF.com

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