Femminismo secondo Lucia Annibali: l'intervista

«Non è scontato che le donne amino le donne». Abbiamo parlato di sessismo e violenza di genere con Lucia Annibali, deputata di Italia Viva.

Lucia Annibali è una femminista convinta. E anche un simbolo della violenza sulle donne: è dal 16 aprile 2013, dopo una folle aggressione con l’acido, che ne porta i segni sul volto. Non potrebbe essere altrimenti. Se del femminismo difficilmente si stancherà, al punto da essere appena passata a Italia Viva, che a detta del fondatore Matteo Renzi ha fatto sue numerose istanze femminili, Lucia Annibali ha già dichiarato invece che preferirebbe staccarsi l’etichetta di ‘simbolo’, che le è stata appiccicata addosso. Il motivo lo si capisce parlandoci: si tratta di una donna forte, determinata, intenzionata a dimostrare, a combattere e a fare. Più che simboleggiare qualcosa, preferirebbe diventare un esempio. Ma in fondo, e dispiace davvero non averglielo detto durante la nostra chiacchierata, lo è già.

Spesso definiamo la violenza sulle donne un’emergenza. È corretto?

No, perché non lo è: si tratta piuttosto di una rappresentazione del contesto sociale in cui viviamo. Troppo spesso la releghiamo a piccoli spazi privati, come se fosse chiusa in un posticino, ma non è così. La violenza nasce dalla cultura. Occorre far capire che nella società non ci sono ruoli prestabiliti, perché parte tutto da lì.

Perché tante donne non riescono ad allontanarsi da uomini violenti?

Ci sono tante ragioni. Ciò su cui non ci si sofferma mai a sufficienza sono i sentimenti che provano le donne quando scoprono che il loro compagno è violento.

Ovvero?

Incredulità, sgomento, paura, tristezza, senso di solitudine.

Come se non bastassero le botte…

Già. Questi sentimenti, a cui si aggiungono sensi di colpa e impotenza, devono essere gestiti, capiti, metabolizzati e poi affrontati. C’è bisogno di tempo fare chiarezza. Inoltre gli uomini ti impediscono di liberarti: se così non fosse, non avremmo un fenomeno così grave e vasto. Poi ci sono il tema dei figli e della dipendenza economica, fenomeno poco esplorato ma molto diffuso. Garantendo maggiori libertà e indipendenza economica potremmo agevolare il percorso di uscita dalla violenza.

lucia annibali

Immagino sia uno dei suoi obiettivi come esponente di Italia Viva, che Renzi ha definito «il primo partito femminista italiano». Che cosa vuol dire per lei essere femminista?

Non è qualcosa di scontato, perché non è assolutamente detto che tutte le donne abbiano a cuore le donne. Per me essere femminista significa volergli invece bene, restituire loro un’immagine di figure forti anche nei momenti di difficoltà, rappresentarle in modo lucido senza alcuna drammatizzazione.

A proposito di rappresentazioni, in Italia abbiamo seri problemi quando si tratta di raccontare la violenza di genere. E persino i femminicidi. Pensiamo all’intervista di Bruno Vespa a Lucia Panigalli o all’assassino di Elisa Pomarelli, definito un ‘gigante buono’ da Il Giornale.

È vero. C’è un modo sbagliato di raccontare i fatti, segno che manca un punto di vista corretto. In generale, minimizzare l’accaduto o colpevolizzare le vittime non aiuta certo la lotta contro la violenza di genere. D’altra parte, pregiudizi e stereotipi regnano anche all’interno delle aule giudiziarie: ne parla la giudice Paola Di Nicola nel libro “La mia parola contro la sua”.

Alla fine è una forma di sessismo. Quanto ce n’è in politica?

Tanto, chiaramente. Lo dico per esperienza personale. Sta a noi donne guadagnare il rispetto dei nostri colleghi, dimostrando le nostre capacità e portando avanti le nostre capacità. Ormai sono abituata.

Ai commenti sessisti, perché ne riceve anche lei, ci si abitua mai?

In occasione del referendum costituzionale avevo fatto una diretta Facebook: mi hanno riempita di insulti volgari e irripetibili. Da eroina, cosa che tra l’altro non credo di essere, ero diventata una brutta persona. Mi scrivevano: «Mi dispiace per quello che le è successo, però...». Ecco, se mi devi dire che sei dispiaciuto e poi offendermi, meglio non dire nulla. Lo stesso quando mi sono candidata. Il peggio però l’ho vissuto dopo l’intervista in tv a Luca Varani, il mio aggressore.

2016, Storie Maledette, Franca Leosini.

Esatto. Credo che ci sia un limite al diritto all’informazione e in quell’occasione c’è stata un’invasione nella mia storia personale. Le questioni giuridiche vanno maneggiate con cura, altrimenti con l’alibi del diritto di cronaca si fa disinformazione. C’è stata un’attenzione morbosa alle mie debolezze, ma quando fai così dimostri di non aver capito niente, e in più non aiuti né la causa, né gli autori del reato. È stato disgustoso.

Che tipo di messaggi ha ricevuto dopo la messa in onda dell’intervista?

Quelli più brutti sono arrivati soprattutto dalle donne. Mi dicevano che ero matta, che avevo problemi, che ero una rovinafamiglie. Dopo la messa in onda ho avuto un mese difficile, perché pensavo al giudizio delle persone, per me è stato un grosso danno. Avevano parlato di me, ma io non c’ero.

A metà luglio il Codice Rosso è diventato legge. Lei non ne è stata particolarmente entusiasta. Ci può spiegare il motivo?

Nonostante intuizioni e intenzioni giuste, è un provvedimento che dimostra poco amore per le donne e una visione distorta del tema della violenza. Tra le principali criticità c’è il limite dei tre giorni entro il quale il pm deve ascoltare la donna che ha denunciato. È troppo rigido, porta a problemi organizzativi e in più non è detto che vada a proteggere la vittima di abusi e il suo stato d’animo.

Cosa pensa dell’introduzione del reato di sfregio?

Onestamente non mi piace il messaggio che chi viene sfregiato perde l’identità. Lo trovo poco rispettoso. Anzi, riuscire dopo un’aggressione del genere a vivere una vita dignitosa dà forte identità. Insomma, è accattivante sul piano della comunicazione, ma non voglio essere rappresentata in questo modo. Tuttavia è un’altra cosa quella che vorrei davvero cambiare del Codice Rosso.

Che cosa?

Tra i reati introdotti c’è la violazione del divieto di avvicinamento alla persona offesa, punibile da sei mesi a tre anni di carcere. Ma l’arresto in flagrante è possibile per legge solo per reati che prevedano una pena superiore a tre anni: bisognerebbe intervenire sulle possibilità di fragranza oppure aumentando la pena per la violazione. Così è una misura a metà che non cambia nulla e non incide sulla protezione delle donne.

Foto: LaPresse

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