Depressione post Covid-19: come guarire

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L’emergenza sanitaria in atto e i fattori di rischio ad essa associati hanno incrementato il numero di persone che soffrono di depressione. Giulia Parise, Psicologa Clinica, ci spiega come sia importante richiedere un aiuto professionale per guarire. 

L’emergenza sanitaria in atto e i fattori di rischio ad essa associati hanno incrementato il numero di persone che soffrono di depressione. Giulia Parise, Psicologa Clinica, ci spiega come sia importante richiedere un aiuto professionale per guarire. 
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A seguito dell’emergenza sanitaria in atto e di tutto ciò che ha comportato, in pochi mesi sono aumentati notevolmente i casi di depressione (anche post-partum) a livello globale, i disturbi ansiosi ed i problemi legati al sonno. Sono diversi, infatti, i fattori di rischio concomitanti che hanno inciso sul fenomeno quali, ad esempio: la comunicazione (spesso allarmista) da parte dei media che ha alimentato la paura relativa al contagio, la preoccupazione economica, il distanziamento sociale e l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale. Inoltre, la convivenza forzata da una parte e l’isolamento dall’altra, hanno impattato fortemente sul modo di vivere le relazioni interpersonali e la vita quotidiana. La pandemia, dunque, si è ripercossa anche sulla salute mentale, col rischio che gli effetti nocivi si possano vedere non solo nel breve, ma anche nel lungo termine.

Le principali cause di depressione post Covid-19 

In generale, sull’insorgenza di una forma depressiva (o sull’aggravarsi di una patologia già in atto) possono incidere diversi fattori. Nei mesi scorsi, ad esempio, a causa del virus molte persone hanno subito gravi lutti o hanno perso il lavoro.

Ma non è tutto. La recente pandemia, infatti, ha comportato un inevitabile isolamento forzato che ha incrementato la solitudine di molte persone.

Sono molti gli aspetti da non sottovalutare- sottolinea la Psicologa Clinica Giulia Parise - come scarsi contatti con le persone care o, al contrario, come la convivenza forzata con i propri familiari. Ma non solo: altri fattori di rischio, infatti, sono legati anche all’impossibilità di condividere il dolore per un lutto e non poter salutare il proprio caro, alla paura di essere contagiati o di contagiare, alla difficoltà di gestire il lavoro e i figli a casa, alla difficoltà di potersi curare nel caso in cui si abbia una patologia in corso o all’impossibilità di venire assistiti in ospedale. E così via”.

Crisi economica 

La crisi economica in atto ha determinato un abbassamento di alcune fasce di reddito e un aumento del tasso di disoccupazione complessivo. Secondo diversi studi, dunque, questi fattori stanno determinando un rischio concretamente superiore di ammalarsi di depressione. Malattia ritenuta la prima causa di disabilità a livello mondiale dall’Oms e che in Italia colpisce circa 3milioni di persone, di cui circa 150.000 in Lombardia (stando alle stime Istat).

Fobie 

Una diretta conseguenza dell’emergenza in atto è anche l’incremento dei soggetti affetti da attacchi di panico, agorafobia (paura degli spazi aperti), disturbo bipolare e d’ansia generalizzato (cioè un’ansia non legata ad uno stimolo preciso, ma ad una preoccupazione generale), fobie sociali e specifiche (soprattutto legate alla contaminazione).

Per diversi mesi - spiega la Psicologa - le persone sono state sottoposte ad un continuo “terrorismo mediatico” relativamente al contagio e alle misure igieniche da adottare. E tutto questo ha comportato un crescente sentimento di scarsa protezione individuale e una necessità forte di controllo sulla situazione circostante. Inoltre, è passato anche il messaggio di “diffidare” delle persone vicine, in quanto potenzialmente asintomatiche, ma ugualmente contagiose”.

Tutto questo, dunque, ha impattato negativamente sulle persone che già presentavano delle sintomatologie ansiose o fobiche, portando all’estremo i sintomi preesistenti. Col rischio di diventare disturbi invalidanti, con pesanti ripercussioni sulla sfera privata, sociale e lavorativa.

Sindrome della capanna 

La sindrome della capanna (o del prigioniero) è un disturbo che può manifestarsi in seguito a lunghi periodi di distacco dalla realtà, isolamento o distanziamento sociale. Chi ne soffre, infatti, tende a manifestare paura, ansia, smarrimento ed insicurezza davanti alla ritrovata libertà. La propria capanna viene percepita come un luogo sicuro e una possibile riapertura verso il mondo esterno può comportare tristezza, angoscia, irritabilità, demotivazione e -nei casi più seri- depressione.

Come curare la depressione post Coronavirus

La depressione è una malattia fortemente invalidante e chi ne soffre necessita di cure specifiche per uscirne e per poter guarire.

I criteri riportati dal DSM 5 (manuale diagnostico di riferimento) - spiega la Psicologa Parise - includono un umore depresso per la maggior parte del giorno e marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte o quasi tutte le attività. Ma anche significativi (> 5%) aumento o perdita di peso, oppure al contrario diminuzione o aumento dell'appetito, insonnia o ipersonnia, agitazione, astenia o rallentamento psicomotorio”.

Altri sintomi da non sottovalutare, inoltre, sono i sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati, la diminuita capacità di pensare o concentrarsi, unitamente a pensieri ricorrenti di morte o di suicidio. Ma non solo: in questa fase, infatti, è importante non sottovalutare anche altre manifestazioni anomale quali attacchi di panico, ansia o fobie. Se è vero che in forma lieve questi disturbi si possono risolvere anche da soli, qualora tendano a peggiorare è sempre bene chiedere un aiuto qualificato.

Davanti ad una sintomatologia depressiva o ad altri sintomi di origine ansiosa o fobica - suggerisce la psicologa - è importante non sottovalutare la situazione e rivolgersi ad un professionista. Un primo passo può anche essere quello di parlare con il proprio medico curante, che potrà eventualmente suggerire una visita specialistica da uno psicologo o da uno psichiatra per eseguire dei test specifici e impostare una terapia più mirata. Evitare, in ogni caso, di curarsi con rimedi “fai-da-te” e di assumere farmaci acquistati online e non prescritti da un professionista”.

Foto apertura:  imtmphoto-123RF

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