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Sara Ventura, A testa alta: «La fragilità è la vostra forza»

Come si trasforma un fallimento in carburante per la rinascita? L'ex tennista, ora stella del crossfit e coach seguitissima svela la sua “ricetta” in un libro.

Come si trasforma un fallimento in carburante per la rinascita? L'ex tennista, ora stella del crossfit e coach seguitissima svela la sua “ricetta” in un libro.

Sara Ventura voleva essere tra le cento tenniste migliori del mondo. Ma fino al suo ritiro, avvenuto a trent'anni, questa cosa non è successa. Per elaborare questo “fallimento” ha impiegato anni di analisi e poi ha scoperto una verità importantissima, che oggi racconta nel libro A testa alta (De Agostini): «Noi siamo il percorso che facciamo, andando verso direzioni che possono cambiare».

Sara, da dove nasce l'idea di un libro, di questo libro?
A testa alta è uno spazio in cui unisco tutte le mie esperienze e le mie passioni: l'arte, il movimento, il corpo. Non avrei mai potuto scrivere un volume tecnico solo, sul movimento, tipo come fare lo squat! Ho preferito creare dei parallelismi con la mia carriera da atleta per raccontare la mia filosofia allenante.

Spiegacela.
Voglio aiutare le persone avvicinandole all'immagine migliore che hanno di loro stessi. Lo faccio attraverso un percorso che va dal movimento al lavoro su di sé, passando per il capire anche attraverso il corpo che blocchi ci sono a livello interiore, sia fisico che mentale, magari provocati da traumi e parole. Unendo tutto quello che noto quando una persona inizia a muoversi, penso ed elaboro l'allenamento giusto. 

Dici che traumi e parole creano dei blocchi: come si rimuovono?
In diversi modi. Si va a lavorare sull'identità: ci vogliono anni per liberarsi degli stereotipi acquisiti attraverso l'educazione. Poi bisogna cercare di non identificarsi con i risultati che si raggiungono perché noi siamo il percorso che facciamo, andando verso direzioni che possono cambiare. Poi c'è un altro passaggio.

Quale? 
Quello di togliersi d alla società della performance e cercare la nostra individualità, che non deve essere identificata nel successo o nel fallimento. Questo lavoro si può fare in tantissime dimensioni, compreso lo sport, dove è meglio avere accanto qualcuno che porti fuori le parti migliori di noi stessi e non spinga solo verso la vittoria. Anche perché è impossibile vincere sempre. 

Racconti di aver odiato il tennis: perché?
La mia carriera mi ha fatto capire che il tennis non era la mia strada. Ho smesso a 30 anni, con un finale fisiologico. Il problema era comprendere e perdonarmi il non aver raggiunto obiettivi puramente personali. Vista da un'altra donna, la mia carriera potrebbe sembrare bellissima. Ma io volevo entrare tra le prime cento al mondo e ho lavorato per anni, in analisi, per assorbire quello che credevo il fallimento della mia carriera. Mi dicevo che avendo battuto tantissime giocatrici tra le prime cento al mondo, significa che il potenziale c'era. Mi ha fatto soffrire non avere avuto vicino quello che secondo me doveva essere il coach giusto. 

Cosa avrebbe cambiato?
Il tennis, lo sport delle variabili infinite, è un mondo di uomini. Essere donna ed essere allenata da uomini era per me una grande sofferenza. C'era violenza psicologica e verbale, mentre era necessario avere la sensibilità giusta affinché io fossi trattata da donna. C'è ancora questa credenza che vede la fragilità come debolezza. Sbagliato: la fragilità è forza. Non era considerata importante e  non si pensava che andasse a influire sulla prestazione. Ma la verità è che non siamo fatti a compartimenti stagni. 

Cosa ti dà il crossfit che il tennis non ti dava?
Il Crossfit è stato solo un cambiamento, non una sostituzione. A fine carriera, ho voluto conservare sforzo e adrenalina. Cambiando un po' la mia vita e iniziando a lavorare sul mio corpo come ho sempre voluto, ho scoperto in questo sport tanta bellezza e soprattutto non ti annoi.

Sei una coach molto seguita. Quali sono gli ostacoli che frapponiamo tra noi e la felicità?
La fiducia è la prima cosa che manca: ne abbiamo pochissima in noi stessi. Ci focalizziamo sull'idea che hanno gli altri di noi. Non bisogna cadere nell'eccesso opposto – il non ascolto o il sentirsi Dio in terra – ma bisogna saper ascoltare e rimanere solidi in se stessi. Poi c'è un altro fattore: non esiste un punto di arrivo nel lavoro su se stessi, nel lavoro fisico o interiore, ma è importantissima l'abitudine al cambiamento, quindi la duttilità di pensiero, l'adattamento e l'ascolto. Bisogna perseguire un equilibrio dinamico.

Cosa significa?
Si raggiunge una situazione, una consapevolezza, un obiettivo. Si accetta di cadere e rialzarsi. Penso anche che attraverso i fallimenti ci siano i cambiamenti più interessanti. Per questo è fondamentale accettarli.

«Credo fortemente che il talento, per esprimersi a pieno, abbia bisogno di libertà. Per creare bisogna “fare spazio”»: a cosa?
A noi stessi. Se pensiamo di aver ragione, se rimaniamo sulle stesse idee, se non ascoltiamo chi abbiamo vicino e pensiamo che la vita sia racchiusa in pochi concetti, se le persone con cui si sta sono sempre le stesse; se c'è chiusura, se si continua sullo stesso binario per tutta la vita, non si riesce a creare nulla. Invece ogni tanto bisogna fare spazio, ripulire e così si riesce ad andare verso la propria natura e la propria felicità. Invece siamo talmente presi da ciò che ci circonda, che non ci rendiamo conto delle compensazioni a cui ci affidiamo, come i problemi alimentari e l'iperattività.

Nel tuo libro parli di tanti tipi di amore e dici: «per me l'amore non è tanto dare aiuto, quanto esserci». Qual è la differenza?
È un punto chiave della mia vita. Ad esempio, le mie compagne si innamorano di me per quello che sono e la storia finisce proprio per quello che sono! 

Cosa significa?
Non riescono ad accettare tutte le parti della mia persona. Sono una donna indipendente, con i suoi interessi, che riesce a sostenersi da sola: una condizione che viene letta come un distacco, come un non esserci. Quando poi con le mie qualità scelgo di esserci, mi si sente molto forte nelle vite degli altri. Quando mi allontano, non reggono il fatto di non avermi in termini di tempo e di spazio. Quello che dico sempre è che l'amore vero è sostenersi da soli perché quando non c'è l'altro, non si può cadere in stati di insicurezza, che portano ad avere vere e proprie “visioni” sui rapporti.

Omosessualità: per molti è ancora un tabù insuperabile. Ma come diceva uno famoso, la verità vi renderà liberi. Cosa c'è lungo il cammino tra la consapevolezza e la luce del coming out?
Tanti aspetti di maturità. Ho sempre accettato il fatto di essere gay sin da giovanissima, senza però precludermi il provare a stare con degli uomini. Fino a una certa età l'ho tenuta per me, senza avere la necessità di nasconderla. Ma in questo momento della mia vita ritengo fondamentale comunicare il percorso che ho fatto, le violenze che ho subito, le difficoltà affrontate come donna e come omosessuale. La mia apertura fa parte di me e del mio lavoro. Ma per tante ragazze e uomini che mi scrivono e mi seguono questo passaggio non è così naturale. Ci sono violenze a Milano figuriamoci nei paesi più piccoli. Il parlarne aiuta tanto.

Violenza sulle donne: cosa possiamo fare?
Partire da un lavoro su noi stesse. Samo le donne violentate, ma siamo anche le mamme del futuro. Il lavoro su noi stesse ci permetterà di educare uomini più evoluti, che concorreranno a creare una maggiore parità. Ma la cosa fondamentale è la fiducia in noi stesse. Dove c'è la violenza, bisogna dire no, forte e deciso. Ci aiuta a non arrivare a compromessi, a sentirci sempre in colpa, a subire senza dichiarare mille violenze quotidiane.