Violenza sulle donne: storie di coraggio e di libertà

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Il 25 novembre si celebra la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne: questo articolo è un inno alla libertà dedicato a tutte le donne.

“Non succederà mai più, te lo prometto”. “Peggio per te che vai in giro conciata in quel modo. Te lo sei meritata”. “Tanto tu senza i miei soldi non vai da nessuna parte”. Sono solo alcune delle frasi che le donne vittime di violenza si sono sentite ripetere centinaia di volte.

Quelle in cui hanno creduto che lui avrebbe smesso di picchiarle. Quelle in cui hanno pensato che sì, aveva ragione lui: se l’erano meritato. Quelle in cui la dipendenza economica era un vincolo troppo forte per provare a rifarsi una vita.

Violenza fisica, violenza psicologica, violenza economica. E ancora: gender gap, stalking, mansplaining. La violenza sulle donne si propaga nelle forme più subdole, che indossano spesso l’abito dell’innocenza e del fraintendimento. È il caso, per esempio, delle molestie sul lavoro e dei ricatti da parte di chi occupa una posizione di potere. Un capo, un collega, un cliente prestigioso. E quando si trova la forza di parlare, ecco che arriva lo sberleffo peggiore. “Hai capito male”.

Violenza sulle donne: i numeri

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Da un lato ci sono i numeri. Sono 1 miliardo e 200 milioni le donne che ogni anno subiscono violenza di ogni sorta. 50.000 quelle che vengono uccise da un membro della propria famiglia. Un compagno. Un fratello. Un padre. Si tratta di 6 donne su 10. Violenze che spesso accadono davanti agli occhi di bambini che diventano grandi troppo in fretta. Gli stessi che, una volta adulti, saranno incapaci di riconoscere altra violenza, perché la sentiranno come normalità.

In Italia sono più di 6 milioni le donne che sono state vittime di violenza. 8 su 10 sono state uccise per mano del proprio partner. Ogni 72 ore una donna muore. Ogni 15 minuti una subisce una violenza. A immobilizzarle è la paura. Di perdere i propri figli più che la loro stessa vita, molte volte. Paura di restare sole. Paura di non farcela. Paura nel raccontare.

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Il motivo che le spinge a non denunciare la violenza vissuta tra le mura domestiche è che a quelle promesse fatte col senno di poi ci credono ogni volta. E così continuano a incassare colpi. Insulti. Minacce. Schiaffi.

Come Giulia, che ha scelto di parlare della sua esperienza, del pozzo senza fondo dal quale non è ancora riemersa. Giulia che sta cercando di rialzarsi da sola, ma non ci riesce. Giulia che non ha più la forza per reggersi sulle sue gambe, ma si vergogna a raccontare. Giulia che riesce a dire alle altre donne “Al primo schiaffo, scappa. Alla prima umiliazione, scappa. Alla prima violenza, scappa”. Anche se lei non è ancora riuscita a vincere la sua maratona.

Matasse di lividi, reali e mentali, si accumulano l’uno sopra l’altro. Si trasformano in un cerotto che non guarisce, ma tarpa. E le ali della libertà si fanno sempre più di cera.

Violenza sulle donne: storie di ribellione, forza, determinazione

Accanto ai dati sempre più spaventosi, sempre più devastanti, sempre più atroci, ci sono anche le storie di quelle donne che ce l’hanno fatta. Che hanno sconfitto i mostri. Che sono riuscite a fuggire dalle prigioni nelle quali si stavano relegando, per sempre, in autonomia. Storie di donne forti, guerrigliere dagli occhi tristi, che hanno lottato contro i propri limiti e trovato il coraggio di reagire. In nome della loro libertà.

Ho avuto il privilegio di parlare con alcune di loro. Di farmi raccontare le loro storie. Maria ha subito violenze per 20 anni, fisiche e psicologiche, e ha trascorso gli ultimi 5 della sua vita a curare le sue figlie dalle conseguenze della violenza. Si sente sola, scoraggiata e in colpa nei confronti delle figlie. Sente che le istituzioni sono distanti. L’unico aiuto che ha avuto lo ha trovato in sé stessa. Forse un po’ troppo tardi… perché la giovinezza era ormai lontana e il volto solcato da troppe lacrime.

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Anna non è riuscita a denunciare il marito nonostante le botte perché non era indipendente economicamente. Aveva due figli piccoli e tanta paura che lui li portasse via per sempre. Anna ha cresciuto i suoi figli da sola. Senza genitori, senza suoceri e senza nessuno che potesse aiutarla, nessuno con cui potersi sfogare, al quale spiegare che quei lividi non erano dovuti a una caduta. Una storia che si è trascinata nell’illusione di un cambiamento. Una storia in cui lui dice di amarla, ma la fa sentire colpevole di tutto.

Anna è riuscita a trovare la forza di chiedere di chiedere aiuto. La violenza fisica è terminata. Quella psicologica no. E "forse è quella che ti distrugge di più interiormente ed è così devastante che la tua personalità cambia per sempre”, mi spiega. Poi continua così: "La mia rinascita è solo grazie alla forza che mi hanno dato i miei figli, ormai diventati grandi. Devo tutto a loro. Alle donne che vivono questa situazione, posso solo consigliare di non avere paura di denunciare. Ma anche che al primo schiaffo devono lasciarlo, subito, senza aspettare il secondo. Perché sarebbe troppo tardi”.

Violenze sulle donne: rialzarsi è possibile, ma bisogna chiedere aiuto

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Ho poi scambiato quattro chiacchiere con Carmen e riporto di seguito quanto emerso dal nostro incontro, durante il quale abbiamo cercato di mettere a fuoco le motivazioni principali che portano le donne a non reagire. Almeno in un primo momento.

1. Ci sono donne che non riescono a interpretare la violenza psicologica e vanno avanti senza denunciare il proprio partner pur subendola per anni. Ti sei mai ritrovata in una condizione di questo tipo?

Credo che io abbia subito più violenza psicologica che fisica, perché questa era tutti i giorni. Riusciva a terrorizzarmi pure da lontano: bastava anche solo sentire la sua voce al telefono.

2. Parliamo dell’abominio della violenza fisica. Quando è iniziata?

La violenza fisica è iniziata poco dopo esserci messi insieme. Pochi giorni dopo che lui mi aveva portata via di casa mia.

3. Quali sono le motivazioni che lui ti ha dato nel tempo per giustificare i suoi comportamenti violenti?

Non mi ha mai dato nessuna spiegazione ed io ho sempre avuto paura di chiedergli perché mi facesse del male.

4. Perché un uomo che dice amare la propria donna arriva a compiere un gesto del genere? A tuo avviso, si tratta di un retaggio culturale o si lega a motivazioni personali, quali un'eccessiva insicurezza che provoca gelosia ossessiva?

Per me non è né la gelosia, né la cultura o la religione. Per me è una questione di testa, un problema psicologico. Una persona che ti ama non farebbe cose del genere.

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5. Per quale motivo hai accettato la violenza in modo passivo, senza reagire? Pensavi che lui potesse cambiare? C’era questo nelle sue promesse?

Avrei voluto andarmene ma non avevo dove. Avevo una figlia piccola e nessuno che ci avrebbe potuto dare una mano. Vivevamo in casa mia, nella casa di mio padre. Stavamo in Romania, dove lo Stato non tutela le donne chissà quanto. Avevo paura che mi avrebbe ammazzata se fossi scappata e mi avrebbe ritrovata. Era un piccolo paese 10.000 abitanti, dove avrei potuto nascondermi?

6. Qual è stato il momento in cui hai deciso di dire basta a ciò che stavi vivendo?

Una notte è ritornato ubriaco e nervoso a casa. Ha iniziato a distruggere i mobili, a rompere tutta la cucina… Ho preso la bimba che allora aveva appena 5 anni. L’ho portata in camera stringendola in braccio, gli ho detto di stare buona buona nel letto, di non muoversi perché mamma sarebbe andata a tranquillizzare papà. Lei mi ha stretta forte forte in braccio e mi ha detto: “Mammi, chiamiamo la polizia. Ti imploro, chiamiamola che questo ci ammazza”. In quel momento ho giurato che l’avrei portata via da lì con ogni costo.

7. Chi è riuscito a darti il maggiore sostegno nella fase di rinascita?

Mi hanno aiutato molto mia sorella e i miei zii. E anche l’amore per mia figlia.

8. Cosa diresti alla te del passato, quella che non riusciva a bloccarsi dall’immobilismo di una situazione così drammatica? Quale consiglio daresti alle donne che stanno vivendo una situazione simile alla tua, con un uomo che conoscono e amano da anni?

Che non è amore ciò che fa male... che non devono subire nessun tipo di violenza da parte di nessuno... di trovare la forza per uscirne fuori il prima possibile, di chiedere aiuto agli organi competenti, alla famiglia, agli amici, a sé stesse. La libertà è la cosa più bella che possiamo avere… la libertà e la tranquillità.

Violenza sulle donne: a chi rivolgersi

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Allora cercatela quella libertà. Ma cercatela subito, perché ve la meritate. Potete chiamare il numero verde contro la violenza sessuale e di genere 1522, istituito dal Dipartimento per le Pari Opportunità, che vi indicherà il centro anti-violenza più vicino. In alternativa, potete contattare direttamente al telefono un centro anti-violenza o recarvi presso la sua sede, senza perdere altro tempo. Si tratta di centri specializzati che potranno non solo ascoltarvi, ma darvi ospitalità, rifugio, consulenza psicologica e legale e tutto ciò di cui avrete bisogno per rinascere, per imparare di nuovo a volare.

Abbiate fiducia in voi stesse, sempre. Chiedete aiuto alle istituzioni competenti. Non fidatevi di chi vi dice “Ti amo” e poi vi fa del male. Perché “amare non è una schiavitù, ma qualcosa di nobile, l’espressione del nostro desiderio di toccare il mondo”. Riprendete in mano la vostra vita e le redini della vostra felicità. Perché è questo l’amore che vi meritate.

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