Dall’icona Ruth Ginsburg alla spietata anti-abortista Barrett: la Corte Suprema americana torna indietro di 50 anni

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La straordinaria storia di Ruth Bader Ginsburg, la giudice della Corte Suprema la cui morte ha messo in crisi il futuro degli Stati Uniti d'America.  

Il 18 settembre 2020 Ruth Bader Ginsburg se ne è andata, insieme ai suoi 87 anni vissuti da instancabile combattente, lasciando un vuoto indelebile per la democrazia americana: e quando la tua morte rischia di mettere in crisi il futuro degli Stati Uniti, significa che hai lasciato un segno così profondo da essere destinato a entrare nelle vite delle prossime generazioni. Tanto profondo da farti diventare persino un'icona pop, con il tuo volto segnato dal tempo, gli orecchini vistosi e i guanti di pizzo, stampati sulle magliette delle millennials americane.

Chi era Ruth Bader Ginsburg

Ruth Bader Ginsburg, paladina della parità di genere e della autodeterminazione femminile, fino ad oggi era una delle sole quattro donne che avessero mai fatto parte della Corte Suprema degli USA. Fu nominata nel 1993 da Bill Clinton – che la scelse per ricoprire il più alto grado di giudizio della magistratura statunitense – quando aveva 60 anni. Fu la seconda donna nel ruolo di "supergiudice" dopo Sandra Day O'Connor.

corte suprema americana

Foto: AP Photo/J. Scott Applewhite, File

Sul letto di morte aveva consegnato un desiderio alla nipote: "La mia ultima e fervente volontà è di non essere rimpiazzata fino a quando non ci sarà un nuovo presidente alla Casa Bianca". Il 3 novembre ci saranno le elezioni americane, quelle che decideranno il futuro della democrazia e le sorti dell'economia messa in ginocchio dalla pandemia da coronavirus. E il presidente Trump ha fatto di tutto per sostituire Ginsburg non solo prima dell'Election Day, ma con una giudice repubblicana e pro-life: la 48enne Amy Coney Barrett nominata nuova giudice della Corte suprema federale. Il 27 ottobre il Senato degli Stati Uniti ha confermato la nomina di Barrett, che diventa così la quinta donna nella storia alla più alta Corte americana, facendo pendere la bilancia a favore dei conservatori che aumentano a sei contro tre progressisti, spostando a destra l'assetto della Corte. Fervente cattolica, madre di sette figli, la pupilla del presidente sostiene posizioni inflessibili contro l’aborto e contro i matrimoni gay. È diventata un punto di riferimento del movimento pro-life che si batte per limitare il più possibile, a livello federale o nei singoli Stati, il diritto all’interruzione di gravidanza, sancito dalla storica sentenza della Corte Suprema, “Roe v. Wade”, nel 1973. Insomma, la negazione in carne e ossa delle battaglie decennali di Ginsburg.

Le battaglie di Ruth

Paladina della parità salariale, del diritto all'aborto e delle nozze tra omosessuali, Ruth rappresentava un pilastro progressista nell'America di Trump, dove era un'anziana custode delle più importanti battaglie civili che, una donna che, secondo il New York Times, "non solo ha cambiato il diritto, ha trasformato il ruolo di donne e uomini nella società".
Sì, perché Ruth Ginsburgs se ne è andata, ma non per davvero. Le sue battaglie non sono volate via con lei. Ruth è negli avvocati e nelle avvocate che si battono per un diritto, quello all'aborto sicuro e legale, garantito sempre e per sempre.

Ruth Ginsburg e Clinton

Foto:Doug Mills-LaPresse

Ruth è la donna che a bere un aperitivo con le colleghe non ha paura di dire che ha avuto un aborto. Ruth è la volontaria che accompagna le donne oltre il confine dello Stato in cui vivono quando chiudono le cliniche abortive. Ruth è la donna che tiene la mano alla sua migliore amica durante un aborto farmacologico a casa. Ruth è ancora tutto questo, e lo sarà in futuro. Con buona pace di Trump.

Marty, la più grande fortuna della sua vita

Ruth Bader Ginsburg era nata a New York, precisamente a Brooklyn, il 15 marzo 1933 da genitori ebrei immigrati dalla Russia. Ebbe alle spalle una famiglia che credette sempre in lei, in primis la madre che morì quando Ruth aveva 17 anni, lasciandole i soldi necessari per andare al college.
Ad Harvard era una delle nove studentesse in una classe di 500 studenti. Dopo la laurea diventò avvocata in un momento storico in cui “le donne non erano desiderate nella professione legale”. Trovare lavoro per lei non fu per niente semplice: “Ero ebrea, ero donna, ero madre”, disse alla Bbc parlando delle discriminazioni con cui era costretta a scontrarsi. Nella sua vita era entrato un uomo, Martin “Marty” Ginsburg, che conobbe negli Anni '50 e divenne suo marito e padre dei suoi figli. Non un uomo comune: un uomo femminista, una rarità assoluta per l'epoca. Uno che incoraggiava la sua carriera e i suoi ideali, che nel 1993 – quando Ruth era candidata alla Corte Suprema – fece una campagna di promozione a favore della moglie, uno che ha sempre cucinato a casa, fregandosene dell'antipatia della moglie verso i fornelli: “Come regola generale, mia moglie non mi dà mai consigli di cucina, e io non le dò consigli sul diritto. E questa cosa funziona benissimo per entrambi”, disse al New York Times. Una frase che mostra perfettamente l'equilibrio e il rispetto reciproco su cui si basava il loro rapporto. Forse Marty era innamorato di Ruth proprio per la sua tenacia, della sua voglia di cambiare le cose per tutte le altre donne che non avevano voce. Saper cucinare torte non era importante in confronto: poteva farlo lui, e meglio.  Ginsburg disse che incontrare Marty era stata di gran lunga “la più grande fortuna” della sua vita.

Le sentenze di Ruth Ginsburg che hanno fatto storia nel diritto femminile

Nelle aule di tribunale Ruth Ginsburg entrò all'inizio degli Anni '70: la sua prima vittoria riguardò la prima causa di discriminazione sessuale, nel caso “Frontiero versus Richardson”. La giudice sostenne le ragioni di una sottotenente donna dell'aeronautica discriminata dai colleghi uomini per questioni di indennità. Una vittoria celebre, che fu significativa per arrivare a chiedere che la discriminazione sessuale venisse equiparata a quella razziale. "Non chiedo favori per il mio sesso, chiedo solo che smettano di calpestarci”, è una delle sue più celebri dichiarazioni in tribunale.
Nel 1972 fondò l'associazione femminista «Women’s Rights Project» e nella sua lunga carriera alla Corte Suprema (due sole assenze in 27 anni, nonostante il cancro al pancreas e le chemioterapie debilitanti) ha lavorato sodo per costruire la giurisprudenza sull'aborto, sul gender gap, sulle nozze tra omosessuali, battendosi anche per il diritto all'assistenza sanitaria. Divenne celebre il suo“I dissent”, “Non sono d'accordo”. E il dissenso di Ginsburg divenne massimo quando nel novembre 2016 venne eletto presidente Donald Trump, che la definì “fuori di testa”: colui che rappresentava l'antitesi di tutto quello per cui si era sempre battuta.

I dissent Ruth Ginsburg

Foto:  Usa/LaPresse

Nel 1971 si era occupata del caso di Sally Reed, madre di un ragazzo che era morto nella casa del padre, a cui era stata affidata la custodia dopo la separazione. La donna non aveva il permesso di recuperare gli effetti personali del figlio in base a una legge decisamente sessista: sosteneva che quando due parti erano ugualmente qualificate per ricevere la proprietà di una persona deceduta “gli uomini devono essere preferiti alle donne”. Ginsburg ha portato il caso davanti alla Corte Suprema, denunciando una violazione del 14esimo emendamento e vincendo il ricorso. Una decisione storica, che fece la differenza per migliaia di donne. Un’altra sentenza da ricordare è quella sul Virginia Military Institute, l’accademia militare che nel 1996 era l’ultima scuola ad accesso esclusivamente maschile d’America: Ginsburg riuscì a far cambiare la policy.

Notorius RBG: fenomenologia di un'icona pop (e femminista)

Ginsburg è stata, ed è ancora oggi, anche un'icona pop. Il suo viso magro e severo, i suoi occhialoni e i colletti eleganti sono tatuati sulla pelle di migliaia di studentesse di diritto, stampati sulle felpe e sulle tazze e persino sulle mascherine in stoffa. Quante giudici conoscete che hanno fatto la storia della giurisprudenza americana e vantano un soprannome da rapper? Ruth lo aveva: “Notorious Rbg”, preso in prestito da The Notorious Big, ucciso nel 1997 e scelto per lei da una studentessa di legge. Recentemente RBG è stata anche la protagonista di un film sulla sua storia “Una giusta causa” uscito nel 2018 e del documentario “Alla Corte di Ruth”. Negli ultimi 20 anni della sua vita si allenava due volte a settimana con un personal trainer ascoltando l’opera, sua grande passione.


Sia pop che raffinata. Anziana e più contemporanea che mai. Dura ma gracile nell'aspetto. Combattente sempre gentile. Non ci sarà un'altra Ruth Ginsburg. Ed entrambe le Americhe, quella di Biden e quella di Trump, lo sanno.

Giulia Mengolini

Foto di apertura: LaPresse

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