Arisa: «Canto per le future mamme e per i bimbi nati nell'emergenza»

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Arisa a 360 gradi: dal suo nuovo progetto musicale a sfondo benefico fino a Sanremo, passando per X Factor e la vita a Milano in Porta Venezia.

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Ha vinto due volte Sanremo e svariati premi, ha condotto e partecipato a molti programmi televisivi. Ma soprattutto è una delle voci più belle della musica italiana: abbiamo chiesto ad Arisa come ha vissuto il lockdown e com’è nata la sua nuova canzone dedicata alle mamme e ai bambini nati durante l’emergenza e realizzata a sostegno di Fondazione Rava, ente impegnato a sostenere e aiutare bambini e adolescenti in difficoltà, con la collega Manupuma (anche autrice del brano). Una chiacchierata a 360 gradi che ha toccato vari temi, dal prossimo festival di Sanremo a X Factor, fino alla vita milanese della cantante in Porta Venezia, storico quartiere di Milano.

Arisa, come stai? Come hai passato il lockdown?

«Sto bene a parte gli sbalzi di temperatura che attentano alla nostra salute ma niente di grave! Il lockdown l’ho passato molto male nelle prime settimane, perché non capivo bene quello che stava succedendo e soprattutto ero lontana dai miei genitori, con l’ansia che questo comporta. Quando i miei genitori mi hanno tranquillizzato sul fatto che in Basilicata ci fossero pochi contagi e che comunque loro sarebbero stati attenti, mi sono tranquillizzata. Ho vissuto sempre tutto con una grande voglia di condivisione: sono stata sui social con i miei fan, ho fatto concerti, ho cercato nuova musica, ne ho scritta. Sempre però con un velo di malinconia, perché siamo stati bombardati mediaticamente sulla gravità del momento. Sapere che tutte quelle persone non sono state bene non è stato bello e non è bello ancora adesso».

A proposito di nuova musica durante il lockdown non sei stata ferma. È uscita una nuova canzone che si chiama Nucleare che canti con Manupuma e che racchiude un bellissimo progetto. Com’è nata Nucleare e la collaborazione con Manupuma? So che la canzone è stata fatta per Fondazione Rava.

«In realtà la canzone faceva parte di un disco di Manu, che sarebbe dovuto uscire durante il lockdown. Ma a causa della situazione, dell’emergenza Covid-19 non è più potuto uscire. Questo lavoro mi è stato inviato a gennaio e ho avuto la possibilità di ascoltare in anteprima le sue canzoni.

Quando il mio compagno mi venne a trovare a Roma io gli feci ascoltare Nucleare, perché era la canzone che mi aveva colpito più delle altre. Manupuma mi invitò a registrarla in studio, a cantarla insieme e avevamo questa versione registrata a due voci che era rimasta nel cassetto. Un giorno Manupuma mi ha detto che, ascoltandola, avrebbe voluto che questa canzone fosse usata per qualcosa di importante.

Io che so bene quanto le guerriere della Fondazione Rava siano sempre attive in difesa dei più deboli, per cui fatto una telefonata a Maria Vittoria Rava per chiedere cosa stessero facendo e se le andasse di abbinare Nucleare al suo nuovo progetto. Queste due cose si sono sposate benissimo, perché il suo nuovo progetto si chiama Maternità Covid-19 ed è un progetto che tende a valorizzare e a tutelare la maternità. La regione Lombardia per il momento ha nominato gli ospedali Sacco e Mangiagalli come cliniche di tutela per la maternità sicura e la fondazione Rava ha deciso di sostenere questa iniziativa.

Nucleare parla del periodo che abbiamo vissuto e nel ritornello dice “Se io fossi Dio cercherei l’amore negli occhi di un bambino”. Le cose hanno coinciso e la canzone è diventata il manifesto di Maternità Covid-19, che probabilmente come progetto sarà esteso anche in altre regioni d’Italia. Per noi è una grandissima soddisfazione».

Nucleare porterà quindi ad altri progetti, sempre legate a questo tema?

«Questo non lo so. Sicuramente io collaboro con la Fondazione Rava da tanti anni, seppure un progetto per volta, perché non mi ci riesco a dedicare 24 ore su 24. Quando ho la possibilità, il tempo e la concentrazione scelgo di fare dei progetti full immersion e poi ci rivediamo alla prossima puntata!

Penso che la Fondazione farà delle iniziative molto buone, come ha sempre fatto finora. Ha sempre fatto dei progetti importanti anche in questo momento, in cui il Coronavirus ha preso il sopravvento su tutto e tante persone che magari avevano patologie pregresse o che semplicemente erano incinte rischiavano tantissimo. Sono molto fiduciosa, se il progetto con Nucleare continuasse sarei felicissima. Innanzitutto spero che la Fondazione Rava continui a fare quello che fa nella maniera migliore possibile»

Tornando alla musica, quando penso ad Arisa come artista penso sempre che hai attraversato varie fasi di carriera: dalla fase dell’inizio del 2009, più cartoon con Sincerità, alla fase di consacrazione con La Notte e Controvento fino all’ultima fase dell’anno scorso più scanzonata (passami il termine) di Mi sento Bene. In che fase sei adesso?

«Sono nella fase in cui ricerco la bellezza. Ho fatto un duetto a gennaio con La Scapigliatura che sono un gruppo indipendente, ho fatto adesso questa collaborazione con Manupuma, che comunque è un’artista bravissima ma poco conosciuta ai più. Anzi spero che questo duetto le dia la possibilità di essere conosciuta a un pubblico più vasto e di vivere del suo lavoro.

Sono sempre all’ascolto: un po’ fan, dalla parte di chi la musica la ascolta, e un po’ dalla parte di chi la musica la fa. Così non mi tolgo mai il gusto della meraviglia. Non penso sia una questione di fasi, le cose sono un po’ cambiate nella mia vita da quattro o cinque anni, perché ho iniziato ad andare in giro con la Fondazione Rava, ad Haiti e in Messico ad esempio, dove ho visto cose veramente forti, e un po’ perché abbiamo avuto un problema in famiglia. Sono cambiate le mie priorità e il mio modo di prendermi sul serio. Sono nella fase in cui amo la musica, amo quello che faccio, amo le cose belle e sto vicino come posso, come mi va e come mi sento».

Che estate sarà, a proposito di musica?

«Ancora non sappiamo, stiamo cercando di darci un tono! Stiamo cercando di trovare delle soluzioni per continuare a fare quello per cui siamo nati. Vedremo... Ci sono delle date da chiudere, appena le avremo chiuse, le comunicheremo».

È notizia di queste ore, manca solo l’ufficialità che Amadeus prenderà in mano anche il Festival di Sanremo dell’anno prossimo. L’hai sentito? Ti piacerebbe?

«Guarda, non lo so. A me è piaciuto molto il Festival di Amadeus dell’anno scorso, penso che anche quest’anno rifarà un bellissimo Sanremo. Dipenderà dalle canzoni che ho e dal progetto che avrò, sul lavoro che dovrò completare. Ci penso da tanto e diciamo che devo “iniziare a mettere i mattoni per costruire la casa”. Quando la casa sarà pronta, chiamerò il pittore giusto per scegliere il colore».

È sempre notizia di questi giorni: Emma con cui hai condotto Sanremo nel 2015, sarà giudice di X Factor, ruolo che tu hai ricoperto per varie edizioni. Vuoi dirle qualcosa, farle un augurio?

«Io prima di tutto sono tanto contenta della notizia che Emma sta bene. Ultimamente abbiamo saputo che sta bene e che non ci sono pericoli. Sono contenta che possa vivere la vita serenamente senza la paura di essere ogni volta assalita da qualcosa di troppo grosso. Penso che sarà bello per lei fare X Factor perché è un’esperienza molto interessante, le auguro sempre di essere il leone che è e di essere forte, sempre. È una grande artista».

C’è una cosa che mi diverte che dichiari spesso ed è legata all’Eurovision. Hai dichiarato più volte che ti piacerebbe partecipare. Di tutte le tue canzoni, con quale avresti voluto andare?

«La notte avrebbe vinto. È una canzone che ha fatto breccia nei cuori, non solo nei cuori degli italiani, ma anche all’estero. Me l’hanno chiesta tantissimi artisti stranieri, era colonna sonora di una telenovela molto famosa in Brasile, è stata ai primi posti delle classifiche in Messico. Insomma è stata una canzone con una forte esposizione internazionale».

Per chiudere, vivi a Milano in zona porta Venezia, giugno è il mese del Pride, che quest’anno non ci sarà ma tu sei legata a questi temi. A Milano in genere gli eventi legati al Pride sono proprio nel tuo quartiere.

«Io sono venuta a vivere in porta Venezia apposta, perché, sembrerà una cosa strana, ma noi donne riceviamo molto amore dal popolo LGBT, soprattutto dagli uomini che hanno per noi una venerazione pazzesca. Ho scelto Porta Venezia perché sapevo che avrei trovato degli amici e così è stato. Io posso solo dire: “festeggiatevi per conto vostro, amandovi e pensando che non c’è assolutamente nulla di sbagliato nell’amore, che è qualcosa di naturale come bere, mangiare, dormire. E uno può decidere di dormire dove vuole, bere dove vuole senza far male a nessuno”. Ma questo non è il caso. Io non penso che siamo nell’era di doverlo ancora spiegare, ho visto anche in Basilicata e nel Sud Italia, in regioni più conservatrici, che in realtà tante cose sono sdoganate. Anche gli stessi genitori, quelli più restii si sono resi conto che la felicità dei figli è più importante di quello che la tradizione dice che si debba fare. Confido molto nell’amore. Credo che sia una grandissima risorsa».

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