Hollywood, fabbrica dei sogni (ma non per tutti): la serie Netflix di Murphy e Brennan

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I sette episodi intrecciano storie vere e inventate di razzismo, sessismo e omofobia, pescando nel nebuloso e dorato mondo del cinema degli anni Cinquanta

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Mentre l'America lotta con il suo passato da riscrivere e il suo presente di odio e proteste, l'industria culturale porta il razzismo sul grande e piccolo schermo. Dopo aver gestito la questione The Help, Netflix ha introdotto il genere Black Lives Matter, raggruppando sotto questa etichetta tutti i suoi prodotti legati alle storie e cultura nere.

Non incluso nella categoria, ma molto importante per capire le enormi difficoltà affrontate dalle attrici, attori e professionisti afromericani nel mondo del cinema americano tra il 1947 e il 1948, c'è Hollywood.

La miniserie da sette episodi realizzata da Ryan Murphy e Ian Brennan, è una commedia che ha un ritmo travolgente, dialoghi affilati e si fa pochi problemi a passare dal racconto della Hollywood omosessuale a quella razzista e sessista. In più, molti dei fatti raccontati e dei personaggi menzionati sono realmente accaduti.

La Hollywood della Golden Age di Ryan Murphy e Ian Brennon

Ryan Murphy e Ian Brennon, creatori della serie tv, hanno dipinto una Hollywood fatta di sogni da realizzare e illusioni slavate, lasciate indietro anche a causa della Guerra. Siamo tra il 1947 e il 1948. I soldati sono tornati a casa con tanta voglia di essere famosi, al di là della divisa. I sogni di gloria si scontrano con il cinismo degli studios e l'agguerrita concorrenza di chi è pronto a farsi ore di coda davanti ai cancelli, pur di poter recitare una singola battuta in un film di poco conto.

Poi ci sono le feste esclusive, che svelano vizi (tanti) e virtù (pochissime) del popolo del cinema, il tutto strizzato dentro le rigide regole del Codice Hays, il decalogo morale che governava l'industria cinemaografica, delle leggi sull'omosessualità e delle convenzioni sociali. Ci sono il lusso e i compromessi, ma anche timidi e autentici amori, che trovano il modo di essere vissuti. È la Golden Age di Hollywood, con le sue luci e le sue ombre, dove i soldi tornano a circolare, ma a caro prezzo.

Razzismo, sessismo e omofobia nella "fabbrica dei sogni" degli anni '50

Hollywood dipinge a chiare lettere i mali che ancora oggi infestano il mondo del cinema. Razzismo, sessismo e omofobia sembrano apparentemente scomparsi, ma le polemiche sulle differenze di stipendio tra uomini e donne sono più vive che mai. La serie esaspera queste tematiche, tanto da disegnare un finale irrealistico, in cui una coppia omosessuale decide di passeggiare mano nella mano, in cui una donna produttrice vince la statuetta per il miglior film e un'attrice nera stringe in mano un Oscar da protagonista. La fabbrica dei sogni degli anni Cinquanta era molto crudele, come dimostrano le vite vere di chi è stato raccontato nella serie.

Da Hattie McDaniel a Rock Hudson, i personaggi reali della serie Hollywood

I personaggi realmente esistiti citati in Hollywood sono numerosi. Ad esempio, è storicamente risaputo che Rock Hudson fosse omosessuale. Ma a quei tempi la star scelse di tenere segreto il suo orientamento sessuale, anche se tutti nell'ambiente e all'Universal Pictures ne erano a conoscenza. Fece di tutto, ai tempi, per tenere segrete le sue relazioni compromettenti, persino pagare le riviste scandalistiche. Morì il 2 ottobre 1995, tentando di nascondere fino all'ultimo di aver contratto l'HIV. Nella serie i creatori girano una scena che, nella vita vera, avrebbe liberato Hudson dalle bugie.

È realmente esistito anche Henry Wilson, il manager di Rock Hudson, interpretato magistralmente da Jim Parsons (meglio noto per il suo ruolo di Sheldon Cooper in The Big Bang Theory). Diabolico, disgustoso e predatore, Wilson era esattamente come lo si dipinge in Hollywood.

Anche Anna May Wong è un personaggio reale. Viene considerata la prima star di Hollywood di origini cinesi. Il suo dramma è stato reale. Il film La Buona Terra (1937) avrebbe dovuto darle la meritata notorietà, ma per l'epoca si preferì un'attrice americana, Luise Rainer, che ottenne il Premio Oscar. Questo evento distrusse moralmente Anna May Wong che, come narrato in Hollywood, decise di non recitare più. Ma nel 1942 ebbe la sua rivincita con il, ruolo di protagonista per il film La dama di Chung-King.

In Hollywood c'è anche Vivien Leigh, nota in tutto il mondo per il suo ruolo di Rossella O'Hara in Via col vento. Ne parla apertamente, citando la sua battuta iniziale. Nella serie si parla anche di Un tram che si chiama desiderio. Per entrambi i ruoli, Leigh si aggiudicò l'Oscar come miglior attrice. Nella serie si descrivono anche le crisi isteriche e maniacali della donna, iniziate dopo un aborto spontaneo.

Viene menzionata anche Hattie McDaniel, introdotta come personaggio chiave che infonde coraggio a Camille, l'attrice protagonista di Meg, interpretata da Laura Harrier. La famosa Mami di Via col Vento telefona alla ragazza per darle coraggio, raccontandole della sua notte degli Oscar. Per entrare si dice che il suo manager avesse richiesto un permesso speciale. In verità, il personaggio interpretato da Queen Latifah, rivela di aver atteso nella hall che annunciassero una sua eventuale vittoria. Poi entrò, come se nulla fosse, ritirò il suo premio e tornò nell'ombra. Non le fu permesso di partecipare all'after party con gli altri attori. Ritirando il premio, disse: «Sono felice e credo che questo premio possa essere l’inizio per la mia razza». Ma ciò che dice nella serie alla giovane interprete e di andarsi a prendere il suo posto nella stanza.

Ernie West è realmente esistito, solo che nella realtà aveva un altro nome. Il personaggio è ispirato a Scotty Bowers, un ex marine che, dopo la guerra, diventò uno dei toy boy più amati dalle star hollywoodiane. Anche Bowers, come West, aveva una pompa di benzina, attraverso la quale riusciva a organizzare serate ad alto tasso erotico con le star di Hollywood. Il libro Full Service: My Adventures in Hollywood and the Secret Sex Lives of the Stars e il documentario Scotty and the Secret History of Hollywood ne raccontano tutti i retroscena. Il gigolò delle star è morto all'età di 96 anni nell'ottobre 2019 per cause naturali.

Hollywood e quel film - mai prodotto - che (forse) avrebbe cambiato il mondo

Peg Entwistle è il titolo del film al centro della storia di Hollywood. Al centro della vicenda c'è una ragazza che arriva a Los Angeles per diventare un'attrice e sfondare nel mondo del cinema. Ma non riesce a realizzare il suo sogno. Così decide di suicidarsi, gettandosi dall'insegna di Hollywood. Nella serie il titolo viene cambiato in Meg, ma la storia resta la stessa, accaduta per davvero.

L'attrice di origini inglesi e orfana, arrivò in America in cerca di successo nel cinema. Si sposò e, a causa del legame, ebbe qualche guaio finanziario. Dopo un provino, ottenne una parte nel film Thirteen Women. Pensava di avercela fatta, ma non fu così. Lo studio cinematografico non le rinovò il contratto a causa della Grande Depressione. Poco prima dell'uscita dell'unico film della sua carriera, salì sulla H della celebre insegna losangelina e si gettò di sotto. Aveva 24 anni.

Thirteen Women non fu un successo. Delle donne citate nel titolo, finirono per esserne rappresentate solo undici. Ma, come spiega bene il novello montatore interpellato da Henry Wilson, un sogno è pur sempre un sogno. Aver unito l'ambizione alla questione razziale, al sessismo e all'omofobia di quei tempi rende Hollywood un documento storico di grande valore.  

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