Vicky Piria: «Quando guido divento la versione migliore di me stessa»

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Intervista a Vicky Piria, la pilota italo-britannica nuovo astro nascente del motorsport internazionale.

Tacchi a spillo ai piedi e, nella borsetta, un paio di scarpette per andare sul go-kart. Vicky Piria, classe 1993, è una giovane promessa del motorsport italiano. Prima e unica pilota italiana a essere stata selezionata per la W Series 2019, campionato di Formula 3 per sole donne. Prima donna al mondo ad essere arrivata in GP3, campionato dominato dagli uomini.

Vicky ha nella voce, nei gesti, negli occhi, la determinazione di chi è abituato ad arrivare dritto all’obiettivo. E il suo obiettivo è correre: “Fino ad ora sono riuscita a fare tutto quello che mi son prefissata di fare. Se avessi voluto una via facile non avrei scelto questo sport”.

Risponde alle mie domande con frasi dirette, schiette, veloci… senza pensarci troppo. I suoi grandi occhi scuri si animano quando parla delle sue prodezze di bambina per la prima volta sui kart. Mi racconta del momento in cui ha deciso che quello di fare la pilota non era solo un hobby, ma un sogno da realizzare. E lei lo ha realizzato, quel sogno. Lo ha preso per mano dribblando curve e ostacoli con la prodezza di una pilota provetta.

La sua prossima sfida? Set Up Girls, programma sul mondo dei motori in onda su Alpha (canale 59 DTT e 415 di Sky) da domenica 15 dicembre alle ore 22,40, che condurrà assieme alla collega Erika Monforte.

Ecco cosa ci ha raccontato.

Come nasce la tua passione per i motori?
Nasce a Rozzano, su una pista outdoor … Ero un maschiaccio, giocavo sempre con i maschietti. Femminilità zero. Tanto che il giorno della Prima Comunione mi sono rifiutata di mettere un vestito. Mia madre, disperata, è stata costretta a trovarmi un paio di pantaloni rosa antico … me li ricordo ancora. Mio padre comprò un go-kart per mio fratello. Io ero molto legata al mio papà e volevo dimostrargli che ero capace anch’io. Così quando mi sono ritrovata su una pista fuori Milano con mio fratello mi sono detta “fammi provare”. Un po’ avevo paura, ma spinta dallo spirito di competizione sono andata avanti. Mi ricordo ancora la sensazione, era fine settembre, avevo preso una specie di ritmo tutto mio e non volevo più scendere. Mio fratello sbracciava e mi urlava “dai, basta!” perché si era già stufato. Da lì abbiamo iniziato a fare le prime garette regionali. Da lì è cominciato tutto.

Quando hai capito che non sarebbe stato solo un hobby ma avrebbe occupato un ruolo così importante nella tua vita?
A 15 anni ho provato una monoposto ed è andata molto bene. Ecco, lì ho capito che avrei potuto fare qualcosa di speciale. Fino a quel momento correre era stato solo un hobby, ma non perché volessi che rimanesse tale … ma perché non vedevo opportunità. Non c’erano esempi di donne in quel momento che lo facevano, quindi non lo vedevo neanche come una cosa fattibile.

La prima macchina che hai guidato? 
Dovevo imparare a usare la frizione e mio padre aveva una macchina a cambio automatico. Quindi l’unica macchina che rimediò era la macchina di un suo collaboratore. Una Panda, non quella di adesso, quella squadrata. La prima macchina sportiva che ho provato, invece, è stata una Formula Ford. Se la vedessi adesso ti sembrerebbe una monoposto degli orrori! Adesso guido delle monoposto che sono l’eccellenza, costruite per la velocità in pista.

Ti ricordi il tuo primo premio?
Sì mi ricordo il mio primo podio con i kart a Siena. Il mio primo podio con i monoposto, invece, è stato in Francia. Ma ci sono state delle gare dove non ho fatto dei risultati eccellenti… eppure mi sono rimaste nel cuore. Una volta, ad esempio, ho fatto una rimonta mostruosa: da ultima a quarta. Ed è molto importante nella vita di qualsiasi sportivo avere dei momenti di riscatto come questi, che ti caricano. Tu devi tenerteli belli stretti in testa per portarli avanti.

I tuoi idoli al volante?
Io cerco di prendere un po’ tutto da tutti. Non ho un idolo. Di ogni pilota prendo qualcosa che mi ispira. Ad esempio di Hamilton adoro la sua voglia di vincere. Ha già vinto il Mondiale, ha già vinto tutto, eppure arriva all’ultima gara col coltello fra i denti e quella voglia che ti fa fare la differenza. Di Leclerc mi piace il fatto che ha una visione di gara diversa, un po’ più aggressiva. Sarebbe bello riuscire a creare il pilota perfetto che prende un po’ tutte queste qualità.

Descrivi questo sport in tre parole
Adrenalina, fatica mentale, modo di vivere.

Cosa ti succede quando guidi?
Divento la versione migliore di me stessa. Non ho mai una forza mentale, una reattività tale così come quando guido. Mai. E a me piace questa cosa, mi carica un sacco.

Quello delle corse automobilistiche viene considerato un mondo maschile … Sei mai stata vittima di sessismo?
C’è sempre stato inizialmente, nel mio primo impatto con le persone, una sorta di barriera pregiudiziale nei miei confronti perché sono una donna. Ma il più delle volte sono riuscita a fargli cambiare idea. Mi ricordo un manager molto famoso che durante un incontro mi disse: “Apprezzo quello che fai, ma credo che le donne in questo sport non ci dovrebbero essere, non sono all’altezza. Tu cosa ne pensi?”. Gli ho risposto: “Se la pensassi così non sarei qui”.

Ho letto un pezzo su di te dove venivi definita “la Belen della Formula 3”. Ti trovi a tuo agio con questa definizione?
Sta alla nostra intelligenza sdrammatizzare e andare oltre. Bisogna fare delle battaglie su quello che è veramente un problema. Io sono la prima che il mascara se lo mette quando va in pista. Per alcuni è un problema, ad altri non gliene frega niente. Però io mi sento meglio così e lo faccio. Alla fine sono sempre i risultati che parlano.

Siamo nel 2020  eppure nel mondo dei motori la donna viene ancora relegata a “bella statuina” da osservare durante i motorshow come fosse un volante di pelle ...

Penso che si dovrebbe andare un po’ più in profondità su queste cose. Da un punto di vista femminile magari quelle sono ragazze universitarie che si pagano le spese e vanno a fare un lavoro dove è richiesta la loro presenza fisica. Io non lo vedo come un problema vedere una bella donna vicino a una macchina. Guardandola potrei dire “Che figa!... Magari avessi le gambe come le sue”. Il problema è pensare che le donne siano limitate a quello. Io credo che noi siamo esseri straordinari, capaci di essere belle per il proprio uomo, forti per i propri figli, determinate nel proprio lavoro. Non bisogna fermarsi alle apparenze. Il problema, secondo me, è negli occhi di chi ci guarda.

Sfatiamo lo stereotipo “donne e motori” … Cosa ha più di un uomo una donna alla guida?
Io credo che la donna ha come valore aggiunto la sensibilità nel capire la macchina. La donna ha una sensibilità diversa. Che può talvolta anche essere un’arma a doppio taglio, diventare una fragilità. Le donne capiscono dalle sensazioni.

Come ti prepari per una gara?
Dipende dalla gara. Generalmente faccio una due sedute al simulatore per imparare bene la pista, perché devi riuscire a guidare e fare in modo che tutti i movimenti che fai in pista siano degli automatismi, in modo poi da poterti concentrare per fare la differenza sul tempo.

Il tuo sogno nel cassetto?
Continuare a vivere delle mie passioni, del mondo dei motori e delle corse, e riuscire a trasmetterle a chi mi sta intorno.

Come ci si sente ad essere l’unica donna italiana ad essere stata selezionata per la W Series, campionato di Formula 3 per sole donne in Germania?
È un’iniziativa nuovissima, sono molto fiera di essere stata l’unica donna italiana ad entrare in questo campionato. Per me è stata anche una grande responsabilità.

Un consiglio per una donna che vorrebbe intraprendere il tuo stesso percorso.
“Divertirsi”. Quando ti diverti hai una luce diversa, che arriva alle altre persone. Divertendoti riesci a dare un po’ di più e a convincere chi ti sta intorno che sei brava anche tu.

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