Donne e lavoro post-coronavirus: il gender gap potrebbe diminuire?

Da emergenza a opportunità. Ecco perché il Covid-19 potrebbe contribuire all'abbattimento del gender gap, ancora molto forte in Italia. 

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Secondo il rapporto "Le Equilibriste: la maternità in Italia 2020", diffuso da Save the Children (e realizzato in collaborazione con Associazione Orlando), per tre donne italiane su quattro il carico di lavoro domestico è aumentato durante l’emergenza-Coronavirus. Dalla cura di figli, genitori anziani e ‘congiunti’ non autosufficienti alle varie attività quotidiane come pulizia, preparazione dei pasti, spesa, lavaggio e stiratura dei vestiti: tutti oneri affidati, come prima e più di prima, alle figure femminili dei vari nuclei familiari.

«Emerge chiaramente che la condizione delle madri in Italia non riesce a superare alcuni gap, come quello molto gravoso del carico di cura, che costringe molte di loro ad una scelta netta tra attività lavorativa e vita familiare», sottolinea Save the Children. Una situazione già critica (tra i 25 e i 54 anni solo il 57% delle madri risulta occupata rispetto all'89,3% dei padri), e peggiorata ulteriormente dalla pandemia, «specie per i 3 milioni di lavoratrici con almeno un figlio piccolo (con meno di 15 anni), circa il 30% delle occupate totali».

«Solo 242 mila lavoratori e lavoratrici hanno fatto domanda per il congedo previsto per genitori con figli di età non superiore ai 12 anni, poche anche le richieste per il bonus baby sitter (alternativo al congedo) di massimo 600 euro, poco più di 93 mila», si può leggere nel rapporto. «Con l'avvio della fase tre, le più penalizzate rischiano di essere le madri lavoratrici, circa il 6% della popolazione italiana», avverte Antonella Inverno, Responsabile Politiche per l'infanzia di Save the Children: «Con la mancata riapertura dei servizi per la primissima infanzia molte donne, soprattutto quelle con retribuzioni più basse e impiegate in settori dove è necessaria la presenza fisica, rischiano di dover decidere di non rientrare al lavoro», mentre per quelle che potranno ricorrere allo smart working si prospetta un carico eccessivo di lavoro e cura.

E se al contrario le misure di prevenzione del contagio si rivelassero un’opportunità per le donne lavoratrici o che puntano a diventarlo/tornare ad esserlo? In un mondo impoverito dalla pandemia, le disuguaglianze sociali sono destinate ad aumentare. Il gender gap, invece, potrebbe a sorpresa assottigliarsi. Ecco perché.

  1. Rispetto ad altri Paesi dove i compiti sono suddivisi in modo equo e dunque condivisi, in Italia gli stereotipi di genere che assegnano alle donne ruoli e compiti familiari sono ancora molto radicati. Ma è innegabile che durante il lockdown, tanti papà abbiano avuto (forzatamente) modo di trascorrere molto tempo tra le mura domestiche, occupandosi delle faccende e della cura dei figli. Una buona percentuale non solo non si è sentita a disagio, ma ha addirittura apprezzato la cosa: con la possibilità di accedere più facilmente allo smart working, tanti uomini potrebbero scegliere di lavorare da casa, liberando le partner dai vari oneri elencati sopra.
     
  2. Dall’attitudine al lavoro di gruppo alla capacità di gestire lo stress fino all’intelligenza emotiva, nel mondo del lavoro acquisiranno sempre più importanza le cosiddette soft skills, cioè le abilità che permettono di interagire armoniosamente ed efficacemente con altre persone, capaci di integrare le hard skills. Ovvero, le competenze che normalmente vengono presentate nel curriculum, dal titolo di studio ai corsi di specializzazione, fino agli attestati di lingua. Ebbene, come dimostrato da diverse ricerche, la maggior parte delle soft skills sono in realtà abilità innate nelle donne o facilmente sviluppate nell’arco della loro vita, in particolare dopo la maternità, da considerarsi come un vero e proprio master in multitasking. A tal proposito, il cervello della donna è strutturato in modo diverso da quello maschile: è infatti capace di far lavorare i due lobi contemporaneamente (parte emotiva più cognitiva), mentre gli uomini tendono per predisposizione genetica a usarne solo uno.
     
  3. Abbiamo già citato le hard skills. Ebbene, anch’esse si potrebbero rivelare valide alleate delle donne nel mondo del lavoro che ci aspetta. Il motivo? Semplicemente, sono più istruite degli uomini. Come riferiscono gli ultimi dati Censis, rappresentano infatti il 56% delle persone laureate (nel 2019, quasi 4,3 milioni su un totale di 7,6). Le donne sono in maggioranza anche negli studi post-laurea, con ben il 59,3% degli iscritti a dottorati di ricerca, corsi di specializzazione o master. E il trend è destinato a continuare: negli ultimi cinque anni le lauree ‘femminili’ sono aumentate del 22,7%, quelle ‘maschili’ del 16,8%. Insomma, una volta finita l’emergenza-Coronavirus le competenze delle donne diventeranno un’opportunità di cui tenere conto.
     
  4. Infine, c’è da considerare l’eredità lasciata dalla pandemia nell’immaginario collettivo. Camion dell’esercito adibiti al trasporto di bare, croceristi bloccati a bordo delle navi, inno nazionale cantato in coro dai balconi, ma anche i volti di medici e infermieri, segnati dalle mascherine. Immagini, quest’ultime, che hanno fatto il giro dei social, con un boom di condivisioni. Ebbene, le donne rappresentano circa il 70% del personale del Servizio Sanitario Nazionale e tante di loro hanno trascorso la pandemia in prima linea sulle ambulanze, al pronto soccorso, in corsia, in rianimazione. Il Covid-19 ci ha fatto capire che non possiamo fare a meno delle donne lavoratrici. L’auspicio è che lo si tenga bene a mente in futuro.  

Foto apertura:  Vadim Guzhva-123RF

 

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