special

Dark Tourism

Dalla foresta dei suicidi in Giappone al tour guidati di Charles Manson o Pablo Escobar. Tutte le mete dei turisti del macabro.

Vai allo speciale
Viaggi

Dark Tourism: il Sudest asiatico

In Cambogia nei luoghi degli orrori dei Khmer rossi, in Indonesia dove si fa festa insieme ai morti, in Vietnam per percorrere claustrofobici tunnel sotterranei. Tre mete da non perdere per i dark tourist.

In Cambogia nei luoghi degli orrori dei Khmer rossi, in Indonesia dove si fa festa insieme ai morti, in Vietnam per percorrere claustrofobici tunnel sotterranei. Tre mete da non perdere per i dark tourist.

Il viaggio nei luoghi del dark tourism ha portato i lettori di DeAbyDay negli Stati Uniti e poi in Messico, lungo le strade del Sudamerica e persino nelle lande sperdute dell’ex Unione Sovietica, senza dimenticare l'India e il Giappone. Questa volta voliamo nel Sudest asiatico, alla scoperta di alcuni dei luoghi più terrificanti (per motivi molto diversi) del pianeta.

CAMBOGIA, LA PRIGIONE DELLE TORTURE E I CAMPI DELLA MORTE

A pochi chilometri di distanza ci sono due luoghi legati da un filo rosso (sangue) in cui il darkometro fa segnare livelli altissimi. Sono l’ex prigione di Tuol Sleng e i campi della morte di Choeung Ek. La prima si trova nel centro di Phnom Penh: un tempo sede di una scuola, dal 1975 fu utilizzata dai Khmer rossi come centro di internamento e, soprattutto tortura. La prigione ospitò prima dignitari, militari e collaboratori del deposto Lon Nol, poi intellettuali e borghesi, infine chiunque fosse anche solo sospettato di essere un oppositore di Pol Pot. La vita nel carcere era durissima: i prigionieri venivano incatenati assieme a lunghe sbarre di ferro e dormivano sul pavimento, sempre legati e nudi, in mezzo ai propri escrementi. Quanto alle torture durante gli interrogatori, erano la prassi, non l’eccezione. E chi arrivava a Tuol Sleng sapeva di essere già condannato a morte: su 17 mila persone transitate dalla prigione, si ritiene ne siano sopravvissute appena sette. Dopo l'interrogatorio, le esecuzioni avvenivano nei campi della morte di Choeung Ek, un ex frutteto a una quindicina di km dalla capitale, con metodi brutali: il prigioniero (costretto a scavarsi da solo la propria fossa) e la sua famiglia venivano uccisi, di solito con un colpo di bastone sul collo, con picconi e machete. Alle donne e ai bambini, se possibile, toccava una sorte ancora peggiore. Nessuna pietà, nessun colpo di grazia con una pistola, perché i proiettili costavano, più della vita di quelle persone.
Oggi Tuol Sleng ospita un museo del genocidio, mentre Choeung Ek è diventato un memoriale, con tanto di stupa buddhista: in ogni caso, due luoghi dove poter riflettere sulla disumanità dell’essere umano.

Foto: Ryszard Stelmachowicz © 123RF.COM

INDONESIA, SULL’ISOLA DOVE LE MUMMIE FANNO FESTA

Nei remoti altopiani dell’isola di Sulawesi vive uno dei gruppo etnici indonesiani dalle tradizioni più arcaiche: i Toraja, famosi per il loro culto della morte, l’Aluk To Dolo. Per questa popolazione, che a lungo ha vissuto in totale isolamento, la morte è qualcosa di graduale: una persona deceduta, infatti, è solo addormentata e abbandona questa terra solo quando si conclude il rito funebre. Che può durare per mesi, se non anni, con il corpo del defunto mummificato e conservato nella casa natale. La fasi finali del lungo funerale diventano una grande festa per i Toraja, che nei villaggi si dedicano a macellazioni rituali di bufali e maiali, accompagnate da musica e balli tradizionali. Una volta finita la festa, i morti vengono tumulati nei fianchi delle montagne, con un manichino detto Tau Tau posto a guardia della grotta sepolcrale. Tuttavia, per i Toraja nessuno è davvero morto e sepolto: ogni anno, ad agosto, si svolge il rituale del Ma’Nene, durante il quale i corpi dei defunti vengono riesumati, lavati, vestiti con abiti nuovi e portati in processione. L’occasione ideale per farsi un selfie insieme al trisavolo, che per l’occasione ha riceve in regalo cibo, qualcosa da bere e persino una bella sigaretta.

Foto: Netsuthep Summat © 123RF.COM

VIETNAM, I TUNNEL DEI VIETCONG E I RIFUGI ANTIAEREI

Utilizzati prima dai guerriglieri Viet Minh e poi dai Viet Cong, i tunnel di Cu Chi sono una vasta rete sotterranea di gallerie che si trova fuori dall’ex Saigon, oggi Ho Chi Minh. Si possono visitare, nel senso che ci si può entrare dentro e percorrerne un tratto: un’esperienza soffocante,dato che le gallerie, pensate per i minuti vietnamiti, sono alte 1,20 m e larghe appena 80 cm. Chi non vuole rannicchiarsi e strisciare attraverso cunicoli così bui e stretti può optare per i tunnel di Vinh Moc, località un tempo situata al confine tra il Vietnam del Nord e il Vietnam del Sud: una passeggiata di salute, visti i 180 cm di altezza e i 90 di larghezza. Il motivo di cotanto spazio? In queste gallerie non si nascondevano dei guerriglieri, ma tra il 1966 e il 1972 hanno vissuto permanentemente 60 famiglie, per proteggersi dalle bombe statunitensi. Nei fatti, si tratta di una piccola città sotterranea, con 2,8 km di gallerie e tre livelli, a 12, 18 e 22 metri di profondità. Il primo era pensato per la vita quotidiana delle famiglie, che avevano a disposizione delle piccole abitazioni di pochi metri quadrati scavate nella roccia, il secondo veniva utilizzato come deposito per cibo e armi, mentre il terzo fungeva da rifugio antiaereo. Secondo le stime, nei tunnel di Vinh Moc hanno vissuto circa 300 persone e sono nati 17 bambini. Percorrendoli durante un soggiorno in Vietnam, è possibile capire, o provare a farlo almeno, in che condizioni vivessero queste persone. Che avevano la sola colpa di essere nate (letteralmente, in alcuni casi) lungo il confine tra i due Vietnam.

Foto apertura: Netsuthep Summat © 123RF.COM