Diletta Bellotti: «I braccianti hanno raggiunto la visibilità che meritavano, ma non basta»

Con tricolore, pomodori maturi e sangue finto, dal 2019 è protagonista di una campagna di protesta itinerante, che denuncia lo sfruttamento dei lavoratori irregolari. Abbiamo parlato con lei dei possibili effetti dell’articolo 101 bis del Decreto Rilancio. 

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Tra le misure più discusse del Decreto Rilancio c’è, senza dubbio, la regolarizzazione dei lavoratori soprattutto stranieri (ma non solo) occupati nel settore agricolo e domestico. Come recita l’articolo 110 bis, i datori di lavoro «possono presentare istanza per concludere un contratto di lavoro subordinato con cittadini stranieri presenti nel territorio italiano o per dichiarare la sussistenza di un rapporto di lavoro irregolare ancora in corso con cittadini italiani o cittadini stranieri».

Allo stesso modo, i cittadini stranieri con permesso di soggiorno scaduto al 31 ottobre 2019 «un permesso di soggiorno temporaneo, valido solo nel territorio nazionale, della durata di mesi sei». Una sanatoria a doppio binario che, secondo le previsioni, dovrebbe portare alla regolarizzazione di almeno 220 mila ‘posizioni’: tra i beneficiari colf, badanti e (almeno in teoria) tanti braccianti agricoli.

Il pensiero va subito alla raccolta dei pomodori nel Sud Italia, alla piaga del caporalato, ai migranti che vengono sfruttati e muoiono, anche, sotto al sole, arrivati in Italia a bordo di un barcone e presto diventati invisibili. È a loro che vuole dare voce l’attivista Diletta Bellotti: laureata in Diritti umani e Migrazione internazionale a Bruxelles, nel 2019 ha prima trascorso un mese nella baraccopoli pugliese di Borgo Mezzanone (luogo simbolo dello sfruttamento dei migranti) e poi ha girato l’Italia con la campagna #pomodorirossosangue, ‘armata’ di tricolore, pomodori maturi e sangue finto, per denunciare quello che accade nei nostri campi coltivati.

La sua protesta itinerante, bloccata dal lockdown, è appena ricominciata con un sit-in al Circo Massimo, a cui hanno aderito tanti altri attivisti. Stanchi, come lei, di un sistema che pensa a sfruttare e non a dare dignità ai braccianti. Ecco la sua opinione sul tanto discusso articolo 101 bis del Decreto Rilancio.

Che effetti avrà la possibilità di regolarizzazione dei lavoratori prevista nel Decreto Rilancio?

«I provvedimenti previsti dalla regolarizzazione non porteranno necessariamente risultati positivi. Difficilmente i datori di lavoro si autodenunceranno e accetteranno di pagare la multa (500 euro a carico del datore di lavoro per ogni lavoratore regolarizzato, ndr). E altrettanto difficilmente i braccianti non si troveranno sotto il loro ricatto. Inoltre una regolarizzazione, ovvero l'ottenimento di un permesso di soggiorno, non garantisce un contratto di lavoro regolare. Quanti di noi, italiani ed italiane, abbiamo lavorato in nero nella nostra vita? Il problema non è solamente l'irregolarità dell’essere umano, ma l'irregolarità necessaria del nostro sistema economico affinché non collassi. Se pagasse a tutti i lavoratori e le lavoratrici uno stipendio dignitoso, l'agricoltura non reggerebbe: è fondata sullo sfruttamento dei corpi, sulla ghettizzazione delle persone, sull'invisibilità dei braccianti».

 Il Governo poteva fare di meglio?

«Nonostante ogni persona tolta dall'invisibilità sia un buon risultato, sì, si poteva sicuramente fare di meglio. Il decreto non parla a degli esseri umani con necessità umanitarie, ma a lavoratori necessari per il non collasso della nostra economia. Questa differenza nel definire i beneficiari del decreto è essenziale: per chi è davvero questo provvedimento?».

Insomma, regolarizzare i migranti è un conto, che ricevano veri contratti di lavoro un altro.

«Esatto. Essere regolarizzati, ovvero ottenere un permesso di soggiorno, non garantisce un contratto regolare, ma toglie, almeno per qualche mese con questo decreto, le persone dall'invisibilità, gli concede dignità. Affinché questo provvedimento sia sensato, è necessaria la lotta contro il caporalato, che porta con sé tantissime altre battaglie: quella contro il traffico di esseri umani, contro la grande distribuzione organizzata, contro l'inerzia delle istituzioni e l'indifferenza dei cittadini».

Inizieremo a lottare contro il caporalato, allora, o rimarrà tutto come prima?

«Nella frenesia della società contemporanea, schizofrenica e asettica allo stesso tempo, la pandemia ci ha mostrato le ingiustizie e le ineguaglianze che la caratterizzano. Averle viste, averle subite, non basterà a cambiarle. Quest'esperienza forse non ci ha insegnato la solidarietà, ma sicuramente la solitudine. Ci ha fatto realizzare quanto poco c'importa di morire e quanto di resistere. È stata un occasione per vivere nel limbo, per mettere tutto in pausa, per chiederci chi siamo e se stiamo vivendo in maniera significativa. Spero ci abbia consapevolizzato rispetto a chi davvero regge la nostra economia e come procedere affinché queste persone vivano una vita dignitosa».

Dopo la pandemia, almeno, ci sarà più attenzione nei confronti di chi vive in baraccopoli come quella di Borgo Mezzanone, se non altro per motivi igienico-sanitari?

«L'emergenza globale che abbiamo vissuto ha messo in luce la situazione di precarietà, in primis abitativa, in cui si trovano migliaia di persone in Italia. È come se da un momento all'altro il Paese si fosse reso conto che il cibo non si coltiva da solo e che nei campi ci sono degli invisibili, uomini e donne, italiani e migranti, che tutti i giorni sono sfruttati e ammazzati per portare sulle nostre tavole da mangiare. Questa situazione ha fatto parlare di agromafie e caporalato, di irregolari e violenze, come mai era successo prima. Finalmente, dopo decenni di lotte, i braccianti hanno raggiunto la visibilità che meritavano. Questo è un grandissimo passo e un'eccezionale opportunità per cambiare davvero le cose. Adesso è il momento per schierarci dalla parte dei reietti delle nostre società e contro le mafie».

Foto apertura: @Fabrizio Fanelli

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