Assistenza sessuale: la storia di Anna, futura operatrice LoveGiver

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Anna ha 34 anni e, da quando ha scoperto la figura europea dell'assistente sessuale, ha deciso di mettersi alla prova e diventare operatrice LoveGiver. In attesa della prima esperienza, ecco cosa si aspetta da questo lavoro. 

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Anna lavora con l'amore: fa la fotografa di matrimoni. In più, ha deciso di provare a spingersi oltre l'obiettivo, entrando nel mondo di chi l'amore – fisico ed emotivo – cerca di darlo, ma soprattutto insegnarlo.

Dopo un passato in Valigia Rossa, Anna ha scelto di diventare un'operatrice LoveGiver, associazione creata da Maximiliano Ulivieri che offre assistenza alla sessualità e all'affettività dei disabili. In LoveGiver non si parla mai solo di atto sessuale, ma di amore a 360 gradi. Per questo si formano operatori all'emotività, all'affettività e alla sessualità (O.E.A.S.).

Ecco perché Anna ha scelto questa strada e cosa si aspetta da questo lavoro che ancora non esiste

Un incontro casuale

«Ho conosciuto il ruolo di assistente sessuale attraverso un articolo di giornale. Parlava della figura europea. Mi aveva colpito la formazione specifica necessaria per farlo – racconta Anna – Poi tramite i social ho scoperto che LoveGiver avrebbe organizzato un corso in Italia. Mi sono presa qualche mese per pensarci, poi ho deciso di candidarmi».

Anna ha studiato filosofia, indirizzandosi poi verso la bioetica, il fine vita e l'eutanasia. Attraverso l'esperienza con Valigia Rossa ha scoperto che l'aspetto educativo e formativo legato al sesso le piaceva moltissimo. Proprio durante quel lavoro fa un approfondimento sulla sclerosi multipla: quello è stato il primo approccio con la sessualità e la disabilità. «Ho capito che la sessualità non aveva lo stesso senso per tutte le persone».

Il tirocinio in LoveGiver

Durante il tirocinio LoveGiver, che è a pagamento per tutti i corsisti, Anna ha avuto modo di esplorare il tema della sessualità legata alla disabilità. «Durante la formazione si toccano tantissimi aspetti – spiega Anna –. Abbiamo incontrato diverse figure professionali: dallo psicoterapeuta al sessuologo, passando per l'avvocato. Abbiamo incontrato anche una signora che fa l'assistente sessuale in Germania».

Poi si va dalla teoria alla pratica. «Si fanno esercizi di respirazione, di contatto, di massaggio – aggiunge la futura operatrice –. Abbiamo analizzato l'uso dei sex toys come strumenti che possono aiutare le persone con disabilità fisiche a compiere azioni che altrimenti non potrebbero fare, anche di supporto all'autoerotismo».

Una figura fraintesa

«A volte la nostra figura viene fraintesa perché è molto difficile far capire quali sono i limiti», riflette Anna, raccontando della prima esperienza con una persona disabile nell'ambito del tirocinio. «Ho avuto a che fare con persona con disabilità fisica e non cognitiva, casi un po' particolari. Hanno ben in testa cosa vogliono». Il punto è che la sessualità è un argomento problematico in generale e gli operatori LoveGiver non lavorano solo sull'atto, ma sull'amare e amarsi.

Foto: lightfieldstudios -123rf.com

«Loro conoscono la sessualità perché magari hanno avuto rapporti con delle prostitute – puntualizza Anna –. Per questo far un lavoro sull'affettività con queste persone viene vissuto come qualcosa di limitante, mentre loro vogliono andare sul pratico». E qui che la filosofia LoveGiver diventa preziosa, perché insegna agli operatori come dare calore e a chi lo riceve, come riconoscerlo.

«Quando si parla di sessualità si pensa solo al sesso e all'atto sessuale, ma il percorso LoveGiver va oltre», spiega Anna. Si può andare dall'abbraccio a una rieducazione nella masturbazione, nell'ottica di dare alla persona gli strumenti con cui poi possa vivere la propria sfera erotica o auto-erotica in maniera sana. Il tutto è sempre inserito in un percorso supportato da un team tecnico.

La disabilità non è una scusa

Durante il suo tirocinio Anna ha incontrato un coetaneo disabile, poi indirizzato dal team verso un percorso psicoterapeutico per lavorare sull'autostima. «A volte la disabilità diventa un grande scudo, dietro cui proteggersi. Si sentono giustificati a non aiutarsi da soli. Ma, come dimostra la storia di Max, un'altra vita è possibile: a un certo punto si è tirato su le maniche e si è dato da fare».

In attesa della prima esperienza

Finora Anna non ha avuto esperienze di contatto fisico con persone affette da disabilità, ma sa già che sarà un'esperienza intensa. «Non so cosa aspettarmi, dipende da chi avrò davanti e dalla disabilità con cui mi confronterò. Non esiste un iter uguale. Anche la fase di contatto fisico cambia e non è detto che sia sempre presente nel percorso di una persona che sceglie LoveGiver».

Il contatto fisico non la spaventa o imbarazza, almeno nell'immaginarla: l'incontro primario e conoscitivo serve proprio a questo, a prendere confidenza con chi si ha davanti. «Se poi avviene un contatto fisico, questo è giustificato e motivato ai fini di un percorso, e non è mai fine a se stesso. Lo immagino come qualcosa di molto intenso e di emotivamente partecipato».

Italia, terra di pregiudizi

La figura degli operatori LoveGiver è rivoluzionaria, ma non sempre apprezzata. Secondo Anna il problema nasce dai pregiudizi sul tema e sulla sessualità in generale, per cui ci vorrebbe un percorso educativo per tutti, disabili e non. «Manca ancor la consapevolezza sull'argomento. Chi ha una persona con disabilità in casa, vive una situazione difficile e complicata perché la società non è pronta ad accogliere queste persone. Poi ogni famiglia ha le proprie idee: c'è quella più aperta, che va per la sua strada, altre che negano completamente la sessualità del disabile».

Al momento l'operatore LoveGiver non è una figura legalmente riconosciuta in Italia. Percepirà uno stipendio in base all'inquadramento professionale che riceverà. Ma la cosa più importante adesso, secondo Anna, è parlarne il più possibile. «Ora sono fondamentali figure professionali che possano dare informazioni corrette al riguardo. Sembra che sia una questione che riguarda poche persone, ma non è così». La sessualità fa parte della salute della persona: capito questo, il resto è – o meglio, potrebbe essere – in discesa.

Foto di apertura: 123rf.com

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