Arianna Talamona: «Chi ama il nuoto non può fare a meno dell’acqua»

Dopo due mesi di stop, la nuotatrice paralimpica azzurra è tornata ad allenarsi nel ‘suo’ elemento. Rimandati i Giochi di Tokyo 2020, ha davanti a sé una stagione lunghissima, ma senza (per ora) gare in programma. In attesa di una nuova normalità.  

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La pandemia di Coronavirus ha stravolto i piani di tantissimi atleti, compresi quelli che dal 24 luglio al 9 agosto avrebbero dovuto partecipare ai XVI Giochi paralimpici estivi, in programma a Tokyo.

Tra loro la nuotatrice azzurra Arianna Talamona che, da sempre in carrozzina per una malattia neurologica ereditaria (Sindrome di Strumpell – Lorraine) in carriera ha già conquistato cinque medaglie ai Campionati mondiali di nuoto e nove agli Europei. Quattro quelle d’oro, equamente divise tra le due competizioni. Classe 1994 e già in gara a Rio 2016, Arianna aspettava con trepidazione e fiducia le sue seconde Paralimpiadi: «Era un periodo particolarmente felice per me. Mi ero appena laureata e gli allenamenti stavano andando bene: questa interruzione forzata mi ha dato davvero fastidio», racconta a DeAbyDay la nuotatrice azzurra, che ha ripreso ad allenarsi senza paura.

All’orizzonte, un 2020 senza indicazioni precise sulla ripresa delle gare e una lunghissima stagione di ben 14 mesi che la porterà (finalmente) a Tokyo. Perché i Giochi sono stati solo rimandati. E con loro, chissà, forse anche l’appuntamento con una medaglia.

Ciao Arianna. Come ti sei allenata durante il lockdown?

«Ho cercato di tenermi in forma facendo palestra tutti i giorni, seguendo schede diverse: chi può usare tutto il corpo riesce anche in casa a lavorare a livello cardiaco e respiratorio, per noi paralimpici è più complicato. Ma me la sono cavata. L’unico problema è che, essendo abituata a stare in acqua, in casa sudavo davvero troppo. Ecco, se c’è una cosa che ho capito durante il lockdown è che non mi piace fare palestra».

Il lavoro in palestra non fa parte, normalmente, dei tuoi allenamenti?

«Sì, facciamo palestra tre volte a settimana e ci alleniamo molto con le macchine, che ovviamente ci aiutano. Però è diverso: sei con altre persone e l’ambiente è più grande, mentre qui ero da sola e in un appartamento piccolo».

Da quanto hai ricominciato ad allenarti in piscina?

«Da tre settimane. Sono stata tra le prime a ricominciare perché qui a Milano il Centro FIN di Mecenate ha permesso l’accesso anche a noi ‘cugini’ della Federazione Italiana Nuoto Paralimpico. Sono stata fortunata».

Quali precauzioni vengono adottate durante gli allenamenti?

«All’ingresso ci misurano la temperatura corporea e ogni volta compiliamo un’autocertificazione. Tra un gruppo e l’altro il bordovasca e tutti gli ambienti vengono disinfettati. Gli allenatori indossano la mascherina durante gli allenamenti, che avvengono nelle corsie, dunque il distanziamento tra gli atleti è automatico».

Insomma, sei tranquilla o comunque hai un po’ di timore?

«Sono serena, per vari motivi. Innanzitutto non ho avuto amici o parenti contagiati, non sono stata toccata direttamente dal problema. Poi vedo che chi sta attorno a me rispetta le norme, tanto quanto lo faccio io. Come ti ho detto, nel nuoto è inoltre più facile rispettare le distanze. E poi c’è il cloro, che già di per sé è un disinfettante».

I ‘comuni nuotatori’ invece, avranno qualche remora in più a tuffarsi in piscina?

«Non credo. Il nuoto è uno sport che ami oppure odi. O senti il bisogno di stare in acqua, o al contrario proprio non ti piace. Gli appassionati che amavano andare due volte a settimana in piscina ricominceranno a farlo normalmente. L’acqua è un elemento che può mancare davvero molto».

A livello di pratica agonistica, il nuoto risentirà poco delle regole di igienizzazione e distanziamento. E lo sport in generale?

«Ne risentiranno di più gli sport di contatto e di squadra, ovviamente. Credo però che la pandemia, più che allo sport, lascerà in eredità qualche problema ai tifosi e alle persone che seguono gli atleti. Tra controlli e accessi limitati, sarà difficile accedere a stadi, palazzetti e impianti vari che ospiteranno le gare».

 Questi mesi di inattività che ‘eredità’ lasciano nella mente di un atleta?

«Dipende molto dall’atleta e dallo sport che pratica. Personalmente ho provato a non concentrarmi sul fatto che mi fossi fermata due mesi. Sono entrata in acqua come se fosse passato un giorno, provando a non focalizzarmi su sensazioni negative come pesantezza o fatica alla ripresa degli allenamenti. Questa cosa mi sta aiutando tanto, perché sto avendo un recupero davvero veloce. Ma se un atleta invece si fa sopraffare o pensa: «Non sarò più come prima», allora diventa tutto più difficile».

Che effetti avrà la pandemia sulla stagione agonistica?

«Adesso non abbiamo gare in vista e la stagione è diventata lunghissima, di 14 mesi. Prima dello scoppio della pandemia stavamo facendo nove allenamenti in vasca a settimana, più tre in palestra, e stavamo per iniziare a farne 11, dunque due al giorno. Adesso l’obiettivo è recuperare la forma persa e arrivare a settembre senza troppo stress, lavorando magari più sulla tecnica e su altri aspetti che di solito vengono trascurati, per poi ripartire come avremmo fatto normalmente con una stagione normale».

Al momento però non ci sono gare in vista.

«La speranza è poter tornare a gareggiare verso ottobre-novembre, anche per divertirci un po’ e spezzare la monotonia degli allenamenti: quando vai in una città europea a fare una gara con altre atlete riesci a staccare e la stagione passa in modo diverso. Nel 2020 erano previsti gli Europei a maggio e le Paralimpiadi a settembre, mentre nel 2021 erano in programma i Mondiali. C’è da capire se faremo tutto l’anno prossimo, anche se la vedo dura perché sarebbero troppi eventi tutti insieme».

Hai già partecipato ai Giochi Paralimpici. Che ricordi hai di Rio 2016?

«Ho dei bei ricordi, anche se è vero che nella prima edizione dei Giochi a cui partecipi vieni un po’ sopraffatta dalla grandezza dell’evento. Me lo avevano detto e lo confermo. Poterlo rifare sapendo cosa mi aspetta, con più esperienza, sarà interessante».

E che idee hai per Tokyo? Magari questa volta porti a casa una medaglia...

«L’idea c’è, ma non si dice (ride, ndr)!».

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