special

Serie tv più belle: lo speciale

Tutti pazzi per le serie tv! Dal genere fantasy all'horror femminista, dalla commedia romantica al dramma carcerario, passando per il thriller psicologico. Tra new entry e vecchie glorie: le serie tv da vedere e rivedere.

Vai allo speciale
PEOPLE: L'ATTUALITA'
PEOPLE: L'ATTUALITA'

Chi sono davvero i “mostri” di Stranger Things

Vecna a parte, c'è qualcosa di ancor più inquietante ad Hawkins, di cui tutti dovremmo avere paura.

Vecna a parte, c'è qualcosa di ancor più inquietante ad Hawkins, di cui tutti dovremmo avere paura.

Sono tante le ragioni per cui la quarta stagione di Stranger Things ha segnato indelebilmente quest’annata di serie tv, non fosse solo per i record impressionanti che si è lasciata alle spalle (1,15 miliardi di ore di visualizzazione a livello mondiale nei primi 28 giorni, seconda solo a Squid Game).

L’«effetto Stranger Things»

Da tempo in molti si chiedono quanto le serie tv influenzino le nostre abitudini, quello che compriamo, la musica che ascoltiamo. Il quarto capitolo della saga di Eleven & soci dà una risposta parziale a queste domande, dopo aver dato una seconda vita a canzoni uscite 36 anni fa e che la cosiddetta generazione Z mai si sarebbe sognata di ascoltare. I casi più eclatanti sono quelli di Master of Puppets dei Metallica ma soprattutto di Running up that hill di Kate Bush, con quest’ultima finita in cima alla classifica dei singoli in UK.

Stranger Things Max

Ci sono altri interrogativi che la serie dei Duffer Brothers ha lasciato dietro di sé, al di là di quelli legati ai futuri sviluppi della trama nella quinta e ultima stagione. Ce n’è soprattutto uno, quello che tormenta Eleven in quasi tutti gli episodi e che possiamo parafrasare in: “Chi è il mostro in Stranger Things 4?”.
D’accordo, c’è Vecna, l’abbiamo visto tutti, l’inquietante chiropratico spaccaossa che ti ammazza a colpi di sensi di colpa che manco il Dr Nowzaradan nei suoi picchi di sadismo. Ma se il “nemico” è senza dubbio lui, il cattivo non è soltanto uno, ed è forse uno dei pregi dell’intera stagione.

Stranger Things e la belle époque anni Ottanta

Rispetto a quel magnifico Eden cotonato che è l’universo televisivo anni Ottanta, Stranger Things ha il merito di mostrare qualche crepa e qualche zona d’ombra troppo spesso trascurata. Perché tutte le serie tv ambientate negli Eighties ci narravano allora (e continuano a farlo oggi) di una belle époque tutta sorrisi, entusiasmo e grande ottimismo, in cui tutto era incredibilmente semplice e anche le situazioni più ingarbugliate trovavano quasi naturalmente una soluzione.

Anche essere nerd, se ci pensate bene, era più semplice in questo paradiso televisivo. La dinamica tipo, al netto di qualche piccola variazione, era sostanzialmente questa: il secchione di turno, preso di mira dagli immancabili e scintillanti bulli, si macchiava - che ne so, di caffè? - il ridicolo maglione di lana che lo rendeva goffo e ridicolo, costringendolo a sfilarselo e a sfoggiare insospettabili addominali scultorei. Alla ugly secchiona era spesso sufficiente disfarsi di occhiali con montature gigantesche e lenti spesse quanto un cannocchiale della Seconda Guerra Mondiale, per scoprirsi portatrice innata di una bellezza conforme e conformista. In tutti i brutti anatroccoli si nascondeva un cigno dalle piume glitterate.

Non solo nostalgia

Se questo schema narrativo era (forse) accettabile quarant’anni fa, oggi non va oltre l’effetto nostalgia e in certi casi stride e non poco. Eppure non sono poche le serie “revival” nostalgiche che decidono di riproporlo in tutto e per tutto, aderendovi con un rigore che manco fossero i Dieci Comandamenti (si pensi, per esempio, a I Goldbergs).
Stranger Things è innegabilmente un atto d’amore in quattro atti (destinati a breve a diventare cinque) nei confronti degli anni Ottanta: ha omaggiato, di stagione in stagione, tutti i generi tipici di quel periodo. Accostato in prima battuta ai Goonies e a E.T., denso di riferimenti a Stephen King, nei capitoli successivi ha poi sviluppato una caratterizzazione dei personaggi sempre più profonda, fino a strizzare l’occhio a un capolavoro come Breakfast Club.

Perché Stranger Things esce dai classici canoni anni Ottanta

Ma non è un amore cieco. La quarta stagione arriva a trattare temi insoliti per una serie revival: vediamo la popolarissima Chrissy Cunningham divorata e dilaniata da un disturbo alimentare, si parla di psicanalisi e salute mentale tra gli adolescenti senza che necessariamente venga intesa macchiettisticamente come “roba da matti”. E soprattutto si parla di discriminazione, bullismo e ghettizzazione tra gli adolescenti. I pregiudizi che inseguono chiunque abbia orientamenti non conformi ai dettami del “mainstream” non hanno mai risparmiato i protagonisti della serie.

Eddie Munson

L’arrivo di Eddie Munson tra i personaggi principali ha ulteriormente alzato l’asticella in questa direzione. Giudicare una persona per la musica che ascolta, emarginarla fino a demonizzarla era una prassi più che consolidata quarant’anni fa e lo è tutt’ora. L’affetto con cui i fan della serie hanno travolto tanto Eddie quanto l’attore che lo interpreta (Joseph Quinn) è senza dubbio la dimostrazione di quanto questo tema sia sentito anche oggi.

Chi sono davvero i “mostri” nella serie

Jason Stranger Things

Per tornare alla domanda di partenza (chi è il mostro in Stranger Things), la risposta è piuttosto articolata. C’è un’intera comunità che si nasconde dietro le chiome biondo accecante, le pettinature cotonate, i sorrisi bianchissimi e che, se messa alle strette, mostra la sua vera natura. Sono le stesse persone pronte a condannare senza appello tutto ciò che non conosce o che non riesce a comprendere. La vicenda di Eddie (ispirata da un reale fatto di cronaca) è in questo senso emblematica: metallaro, nerd, emarginato e ghettizzato dai coetanei, capro espiatorio perfetto quando una serie di omicidi sconvolge Hawkins.

La reazione della cittadina è quella di chi rifiuta ostinatamente una verità difficile da digerire: l’imprevedibilità del male. Il fatto che un “mostro” possa nascondersi in chiunque: tanto nello studente “modello” (in tutti i sensi) Jason, il capitano della squadra di basket (biondo come un Ken delle grandi occasioni, fisicato e popolare), quanto in un ragazzino poco più che bambino. Accettare tutto questo significa prendere atto che quello che comunemente viene identificato come “ordine”, non è proprio ordinatissimo, e che gli sforzi di ricondurre tutto ciò che non è conforme a questi princìpi - se così si possono chiamare - può generare mostruosità anche peggiori.

Foto apertura: Netflix